Lo scandalo Datagate, privacy made in Usa

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Lo scandalo Datagate. Privacy made in Usa

La National Security Agency, l’Agenzia per la sicurezza nazionale, rappresenta negli Stati Uniti quello che vent’anni fa il Komitet gosudarstvennoj bezopasnosti, conosciuto in Occidente con l’acronimo Kgb, rappresentava nell’Unione Sovietica. Chiamatela come volete, “information” o “informatsiya”, ma l’informazione è da sempre scudo e spada delle organizzazioni governative per il mantenimento dello status quo e del potere. Sapere è potere. Nessun sistema governativo potrebbe mai rinunciare al potere dell’informazione. La stessa Unione Sovietica non sarebbe durata così a lungo senza il Kgb, spada e scudo del Partito Comunista Sovietico.

Ma il problema che oggi bisogna affrontare è un altro. Nel corso di questi ultimi anni si è affermato nel Mondo Occidentale un diritto nuovo, mai considerato dai sistemi giuridici, il diritto alla privacy. Come è possibile che le ragioni di Stato poste alla base di un sistema di controllo così penetrante nell’individualità del singolo possano conciliarsi con il diritto alla riservatezza di cui gli Stati Uniti rappresentano la massima espressione? Infatti, non è possibile. Sono agli antipodi, sono inconciliabili.

Il diritto alla privacy, meglio conosciuto nel mondo Anglo-sassone con l’espressione “The right to be let alone“, il diritto di essere lasciati in pace, ha rappresentato una grande conquista democratica del singolo nel rapporto con l’istituzione statale. Sono passati più di trent’anni dalla sua formulazione ad opera dei giuristi nord-americani Louis Brandeis e Samuel Warren che la maggioranza dei sistemi giuridici Occidentali hanno riconosciuto e tuttora tutelano la sacralità della sfera privata dell’individuo da qualsiasi forma di intrusione illegittima.

Ma, ovviamente, anche la più antica democrazia parlamentare ha dovuto fare i conti con il preminente interesse della conservazione del potere. Lo scandalo “Datagate” rappresenta il cortocircuito innescato tra le istituzioni governative democratiche e la libertà del singolo e dimostra come, benché i proclami sul primato civile siano sempre all’ordine del giorno, la libertà di essere lasciati in pace sia ancora un lungo viatico da percorrere. Bisogna non essere ipocriti e vedere le cose come stanno: siamo spiati e continueremo ad essere spiati sempre da qualcun altro e ciò non rappresenta un problema solamente d’Oltreoceano.

Gli italiani identificano empiricamente il diritto alla privacy allo sportello alla posta, quando non bisogna oltrepassare la linea gialla per non sentire le operazioni che chi ci precede dovrà eseguire, oppure nella noiosa sottoscrizione del consenso del trattamento dei dati personali quando le nostre informazioni personali entreranno a conoscenza di terzi. Questa è la parte che non interessa nessuno. Se negli Stati Uniti la raccolta di informazioni avviene in chiave antiterroristica non si può escludere che ciò possa avvenire anche in Italia. Certo è che lo Stato italiano ha gettato la maschera nella battaglia antievasione introducendo il c.d. redditometro, strumento attraverso il quale presunzioni algoritmiche e dati empirici dei conti correnti dei contribuenti rappresentano la punta di lancia della lotta all’evasione fiscale. In questo caso il diritto alla privacy è derogato dallo Stato per conseguire il superiore interesse degli adempimenti tributari. Si potrebbe pensare che il c.d. redditometro possa rappresentare la ”legittima” applicazione dell’attività  di spionaggio ai danni dei cittadini.

Il capo della Nsa, Keith Alexander, generale quattro stelle dell’Us Army, rappresenta il guru mondiale in questo campo. In funzione antiterroristica, il Paese più evoluto del Mondo gli ha consegnato le migliori menti, tecnologie e miliardi di dollari per raccogliere tutte le informazioni che viaggiano via etere e via cavo. Come confermato dall’ex collaboratore Nsa Richard Snowden, l’Agenzia è in grado di intromettersi anche all’interno degli smartphone, violare qualsiasi sistema di protezione dei dati esistente e captare qualsiasi informazione. Insomma, il vecchio metodo di guardare nella spazzatura dello spiato per carpire informazioni rappresenta l’archeologica dell’intelligence.

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Lo scandalo Datagate. Privacy made in Usa

Lo scandalo “Datagate” ha investito l’Amministrazione di Washington come un treno in corsa. La coscienza di pochi che si sono ribellati al sistema ha portato alla consapevolezza dell’opinione pubblica mondiale dell’innominabile. Tuttavia, salvo alcuni Paesi, la maggior parte della Comunità Internazionale è rimasta indifferente all’affaire, essendo il disconoscimento sostanziale del diritto alla privacy dei propri cittadini prassi consolidata delle stesse organizzazioni statali.

Infatti, non desta scalpore il fatto che, sotto la guida del Generale Alexander, verrà realizzato lo Utah Data Centre, il nuovo centro di ascolto e immagazzinamento dati dell’Agenzia dove saranno posizionati i server contenenti le informazioni decriptate provenienti dall’etere, dalle maggiori società americane e dai diversi punti di ascolto posizionati nel Mondo.

Se prima avevamo il dubbio che qualcuno potesse spiare la nostra vita privata, dopo le dichiarazioni di Edward Snowden abbiamo la certezza che qualcuno ci controlla e ci controllerà. Questo il caro prezzo da pagare per l’interesse della sicurezza nazionale oppure vi sono dietro logiche più terrene? Se fossimo in guerra ci verrebbe detto di tacere perché il “nemico” ci ascolta. Forse siamo in guerra ma, giustamente, non c’è l’hanno dichiarata.

Marco D’Agostino

Foto: m.wired.it, ilmondo.it

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