Lo scaffale dimenticato

Massimo Onofri, “Recensire. Istruzioni per l’uso”, Donzelli 2008 («Saggine», 129)

di Laura Dabbene

La copertina del libro

Questo volumetto appartiene a quella categoria di libri che, tanto espliciti nel titolo, e nel sottotitolo, divergono poi, in corso di lettura, da ciò che ci si aspettava. Ingenuo pensare a questo saggio come una guida per il recensore militante, costruito sì su assunti di base prettamente teorici e metodologici, ma comunque teso all’applicazione concreta di consigli e “dritte del mestiere”. Insospettabile potesse trasformarsi in pamphlet polemico di carattere squisitamente personale, ai limiti dell’indecenza. Sì, indecenza. Perché profondamente scorretto è obbligare il lettore, certo incauto ma già a quel punto mestamente conscio della propria debolezza critica per aver ceduto al fascino ammaliante di un titolo promettente, ad essere impotente testimone di una risposta dell’autore ad una botta inferta da un critico avversario. Vero che tale scempio narcisistico della buona fede del lettore occupa una sezione ridotta, ma risulta comunque scelta infelice da parte di chi, in veste di critico letterario e docente universitario, avrebbe avuto facile occasione di controffensiva dalle colonne di un periodico, di un quotidiano o di uno dei suoi supplementi/inserti culturali (di cui è, per sua stessa dichiarazione, abituale collaboratore).

Alcune norme chiare ed essenziali per una buona recensione Onofri, in fondo, le offre, dalla necessità del riassunto quale primo atto di razionalizzazione critica da parte del recensore, fino all’obbligo dell’interpretazione e della valutazione, che sfociano nella formulazione di un giudizio di valore. Ciò sempre e comunque a margine di una digressione sull’arte recensoria che riconosce maestri e modelli ben precisi, Debenedetti e Contini, e si colloca in soluzione di continuità con il vademecum del recensore di Cesare Cases, comparso nel 1984 sul primo numero della rivista «L’Indice».

Il resto è spesso trattazione teorica di livello linguistico-filosofico specialistico, per cui si riesce seguire fino ad un certo punto l’interessante problematica sulla chiarezza/oscurità del linguaggio del recensore, salvo smarrirsi quando, afferrato il concetto di base e l’opinione dell’autore, ci si accorge di non riuscire a capire quasi nulla negli esempi concreti di proposti, spesso e volentieri di Onofri stesso (riaffiora il narcisismo…).

Propone il libellum almeno quattro analisi ben strutturate, comprensibili con una discreta cultura di base e una sufficiente dose di impegno.

Una introduttiva sui diversi modi di rapportarsi al testo, quello deduttivo del teorico della letteratura e quello induttivo di chi teorico non è. Essi generano a loro volta specifiche categorie di lettore: il critico che legge solo per scrivere e il lettore ‘semplice’ che, qualora prenda appunti o scriva durante la lettura, perde comunque immediatamente lo status di innocenza per agire già in prospettiva critica, come recensore intenzionato a rendere conto della propria esperienza di lettura.

Su questa base si innesta la seconda riflessione, incentrata sulla recensione come genere letterario: pur definendone il carattere ibrido tra la tipologia del saggio (prettamente interpretativo) e quella della scheda (prevalentemente informativa), se ne riconosce appieno il valore di atto critico.

L’autore, Massimo Onofri

Che la recensione finisca con l’identificarsi quasi in toto con la critica è ulteriormente esplicito nel terzo momento di analisi, dedicato all’operazione di razionalizzazione che il recensore compie, cioè quella di un recupero delle parole “sparse” dello scrittore per ricondurle all’ordine della “casa delle realtà”. Se insomma l’artista-scrittore opera in direzione vita/realtà-immagini, il recensore-scrittore-critico (ri)parte da queste immagini, ne offre un’interpretazione, (ri)portandole così alla vita/realtà.

Infine la digressione sulla chiarezza/oscurità del linguaggio, già accennata, a sostegno di un uso di parole chiare senza essere esplicite, che riescano a dire tutto dicendo il meno possibile. Naturale che tale scelta declini in risultati tanto piacevoli per chi abbia una più che solida ed ampia cultura letteraria di base, quanto incomprensibili per chiunque altro. Qui la recensione diventa questione d’élite intellettuale.

Per maggiore onestà intellettuale, invece, sarebbe stato sufficiente per questo libricino ponderare meglio la scelta del sottotitolo.

FOTO/ via www.donzelli.it; www.informazione.it

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