Lo scaffale dimenticato

Jean-Marie Gustave Le Clézio, “Deserto”, traduzione di Dianella Selvatico Estense, Rizzoli 2008 (Scrittori contemporanei)

di Laura Dabbene

L’edizione Rizzoli del romanzo “Deserto”

In occasione del conferimento del Premio Nobel per la Letteratura nel 2008, l’editore Rizzoli ha riproposto all’attenzione dei lettori il romanzo più famoso dello scrittore nizzardo Jean-Marie Gustave Le Clézio, Désert, pubblicato da Gallimard nel 1980.

Forse chi non è nato nel deserto, o almeno non vi è vissuto a lungo, non ne potrà mai comprendere l’essenza più profonda, lo spirito che lo rende “casa” anche se, nel pensiero di molti, tra quelle più inospitali del pianeta, ma certo Le Clézio riesce a raccontarlo e renderlo vivo e pulsante anche per il lettore abituato a ben altri scenari metropolitani. Due parole, due elementi in fondo sono sufficienti per renderne tutta la grandezza e l’unicità. Vento. Luce.

Le lunghe descrizioni, sature di dettagli, si soffermano su queste componenti che sono tutt’uno con le popolazioni che, nate nel deserto e dal deserto, trovano in questo ambiente naturale l’unica via che possa guidarli, e percepiscono nel vento una forza che passa su di loro non lambendoli, ma attraversandoli. Il deserto nel vento tutto lava e tutto cancella. A volte è un vento freddo, terribile che non ama la vita degli uomini, e soffia e corrode, per ridurla in polvere. E poi la luce, che splende e si sparge ovunque, rimbalza, si riflette e si rifrange, sulle rocce. È feroce, accecante, ma bellissima e pura.

Due sono anche le direttive temporali della narrazione, espedienti per raccontare due diversi deserti. Quello d’inizio Novecento, attraversato da carovane di profughi che fuggono ai conquistatori francesi, i soldati dei cristiani “che entravano nelle oasi del sud, portando ai nomadi la guerra”, che costruiscono città fortificate “che impedivano l’accesso ai pozzi fino alla riva del mare”, “che accerchiavano gli accampamenti e uccidevano sul posto tutti quelli che resistevano e che dopo si portavano via i bambini per metterli nelle scuole dei cristiani”. È un deserto fatto di fame e sofferenza, una fame che non è solo di cibo, ma “di speranza e di liberazione, la fame di tutto quello che manca”. È un deserto fatto di guerrieri, di uomini blu forti e orgogliosi, nobili anche nella sofferenza, grandi anche nella sconfitta, alteri anche nella morte.

E poi quello contemporaneo, cronologicamente meno definito rispetto al primo, dove sopravvive un’umanità di cui Lalla, giovane figlia del deserto, è paradigma. Lalla e il suo compito quotidiano di raccogliere l’acqua al pozzo; Lalla e le sue corse lungo le dune sferzate dal vento, di cui conosce tutti i sentieri, fino al mare; Lalla e le storie del vecchio pescatore Naman; Lalla e il suo rapporto silenzioso con il pastore dalla carnagione d’ebano, l’Hartani, che “sa delle cose che gli uomini non sanno, le vede con tutto il suo corpo, non con gli occhi soltanto”. Lalla e il mare, Lalla e il vento, Lalla e la luce.

Jean-Marie Gustave Le Clézio

Ma un giorno dal deserto-casa, fatto di sabbia e di umanità, la fanciulla passa ad una casa-deserto, quella della sua nuova vita da migrante a Marsiglia, dove il registro narrativo muta dall’esaltazione della luminosità alla freddezza descrittiva di una metropoli grigia, derelitta, dominata da povertà, emarginazione, solitudine. Qui Lalla sente per la prima volta i rumori della paura e dell’angoscia; il vento che soffia qui è il vento del male “che fa il vuoto sulla città […] che scava i suoi turbini sulle piazze e fa pesare il silenzio nelle camere solitarie dove soffocano vecchi e bambini.”; la luce è grigia nelle strade dove Lalla cammina, avvolta in un vecchio cappotto, attorniata da mendicanti e prostitute, i riflessi del sole sono pallidi e stanchi attraverso i vetri sudici delle finestre dell’albergo in cui lavora come donna delle pulizie.

Nata e nutrita dal deserto Lalla non può che sentirne, forte e irresistibile, il richiamo. Abbandonata la casa-deserto, anche quando pare offrirle denaro, fama e amore, la ragazza torna al deserto-casa per renderlo tale anche per la giovane vita che porta in grembo, concepita nel deserto e che del deserto deve poter vedere la prima luce nel momento stesso in cui viene al mondo.

FOTO/ via http://www.smh.com.au; bur.rcslibri.corriere.it

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