Lo scaffale dimenticato

“La polvere dei sogni”. Traduzione di Raul Montanari, Milano, Feltrinelli, 1998 («Universale Economica Feltrinelli»)

di Laura Dabbene

La prima edizione italiana del romanzo

Sudafrica 1994. Alla vigilia delle prime elezioni libere e democratiche dopo tre decenni di governo segregazionista, il Paese vive una fase di tensioni sociali in cui i bianchi sentono vivo il pericolo di una presa di potere nero che rischia di cancellarne non solo i privilegi, ma ritorcere contro di loro la violenza subita negli anni dell’apartheid. Un mondo sta per finire e quello che si profila all’orizzonte è temuto per il carico d’odio potenziale che porta con sé, eredità di una politica costruita sull’ingiustizia, sulla corruzione, sulla disuguaglianza e sull’emarginazione di un popolo privato, per troppo tempo e nel proprio paese, dei diritti basilari dell’umanità: istruzione, libertà d’espressione, prospettive di crescita economica e intellettuale, rispetto della dignità individuale.

In questa realtà Kristien Müller, figlia di una ricca famiglia bianca afrikaaner, torna dopo il lungo e volontario esilio londinese, scelto a vent’anni per fuggire da una situazione ai suoi occhi incomprensibile, pur nella sua ineluttabile chiarezza e semplicità. Il richiamo è quello del sangue e della famiglia, ma non scaturito dall’amore figliale, mai abbastanza forte da indurla a tornare dopo la morte del padre prima e della madre poi, bensì dall’affetto profondo per la nonna, Ouma Kristina, vittima nella sua casa di un attentato incendiario e ridotta in fin di vita. La centenaria vecchietta, spirito ribelle ed anticonformista, è depositaria di una saga famigliare che si dipana lungo due secoli e la morte imminente rende necessario che questa memoria, tramandata oralmente da madre in figlia, trovi un nuovo soggetto in cui riversarsi, un testimone che la conservi e la porti avanti. Questo vaso della memoria non può che essere la giovane Kristien, nipote favorita, chiamata ad esaudire le ultime volontà di Ouma, compresa quella di adagiarla, ancora viva, in una vecchia bara di seconda mano rinvenuta in soffitta o mantenere la promessa di non consegnare le proprie spoglie al vecchio becchino del paese, smanioso secondo lei di approfittare voluttuosamente del suo cadavere per vendicarsi di un rifiuto risalente alla gioventù.

Ma soprattutto Ouma Kristina desidera che, nella lunghe notti di veglia, la ragazza ascolti e trascriva una narrazione in bilico tra eventi reali e fatti immaginari, dove protagoniste sono le donne antenate della famiglia, spiriti forti e indipendenti, decisamente controcorrente in una società patriarcale e maschilista, in cui il ruolo femminile è quello secondario di moglie e madre, privato di potere decisionale e capacità di autodeterminazione. Questo è ciò che ancora segna la vita di molte donne bianche sudafricane nel 1994, compresa la sorella di Kristien, Anna, la cui fulgida bellezza giovanile si è consumata, fino a sfiorire, nelle gravidanze e nel rapporto con un marito-padrone (Casper), spesso violento e autoritario, che nel romanzo rappresenta la società dei bianchi terrorizzati dalla fine del governo di segregazione razziale e dalle sue potenziali conseguenze. L’uomo è a capo di un gruppo di proprietari terrieri che, imbracciando le armi, organizza ronde notturne, costruisce rifugi stipati di provviste in attesa che il popolo nero conquisti il potere e scateni una violenza di ritorno contro i bianchi e obbliga i membri della famiglia ad indossare pigiami scuri per non essere visti nel buio nel caso di una fuga notturna d’emergenza. Tragedia e distruzione arriveranno però per Casper non dall’esterno, ma dall’interno stesso della propria casa, con un epilogo di sangue e disperazione.

Un’edizione del romanzo in lingua inglese

Di fronte ad una società vittima dell’odio e della discriminazione, dove pure esistono casi isolati di afrikaaner contrari all’apartheid e vicini alla sofferenza dei neri, la grande e bizzarra casa di Ouma Kristina è un’arca di Noè in grado di condurre in salvo Kristien e tutti coloro che vi si rifugiano, compreso un bracciante nero ferito e braccato dalla polizia. La gigantesca dimora, chiamata il Sinai, è abitata da ogni genere di uccello, dai pavoni ai barbagianni, ed al suo interno, nelle infinite stanze e labirintici corridoi, ma soprattutto nel seminterrato dalle pareti misteriosamente ricoperte da dipinti che nessun intonaco è mai riuscito a ricoprire e cancellare, oppure nel piccolo cimitero in cui gli spiriti dei morti continuano a dialogare con i vivi, è celata la storia di almeno tre generazioni. Ed altrettante si svelano nei racconti notturni di Ouma, permettendo a Kristien di abbozzare un fantasmagorico albero genealogico di cui lei è al momento l’ultimo ramo.

Divenire parte di una storia secolare, e nello stesso tempo vivere la svolta storica che le permette di guardare con speranza oltre il muro della segregazione razziale che nell’infanzia e nell’adolescenza occludeva lo sguardo, è ciò che riporta Kristien definitivamente a casa. Nel riappropriarsi della memoria di un’epopea famigliare che la ancora alle proprie radici, essa scopre con nuova consapevolezza quello che può e deve essere il suo ruolo nel mondo. Un mondo che, seppur dentro i limiti geografici di uno stato africano, è cambiato e chiede di essere coraggiosamente ricostruito su basi nuove.

Foto via www.fantasticfiction.co.uk; www.forumlibri.com

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