Lo scaffale dimenticato

Pubblicato nel 1958, I vagabondi del Dharma si inserisce all’interno del corpus delle opere di Jack Kerouac come naturale continuazione del celebre Sulla strada. Simili infatti i vagabondaggi, le atmosfere, i significati e i viaggi alla ricerca del significato della vita, che accomunano i due libri.Nel manifesto della beat generation, come veniva considerato Sulla strada, la musa ispiratrice, il catalizzatore dell’azione e il trascinatore di Kerouac nei numerosi viaggi coast to coast raccontati nel libro era Neal Cassidy, figura centrale nel movimento beat per carattere, esuberanza, anticonformismo ed energia.

Ne I vagabondi del Dharma la figura centrale è Gary Snyder (chiamato nel testo con lo pseudonimo di Japhy Ryder), altra grande figura del movimento beat, che si discosta però dal temperamento esuberante ed eccessivo di Neal Cassidy. Synder è infatti un grande studioso di buddismo, religione alla quale lo stesso Kerouac si avvicinò per un certo periodo della sua vita. Tra i due amici moltissime discussioni e scambi di insegnamenti sulla religione e sul significato dell’esistenza. Le atmosfere di Sulla strada però rimangono intatte.

Il libro infatti si apre con un Kerouac in viaggio solitario alla volta di San Francisco, dove nelle prime pagine del libro è raccontata la famosa presentazione della celebre poesia Howl di Allen Ginsberg. Grazie proprio a Ginsberg, Kerouac conoscerà Gary Snyder, con il quale rimarrà sempre legato da una grande amicizia. Immediatamente i due partono per una entusiasmante escursione, assieme ad un terzo amico, sulle montagne della California. Snyder è uno scalatore esperto, cresciuto tra Oregon e stato di Washington, in mezzo alle foreste ed abituato alla vita all’aria aperta: un modello di vita sana per lo scatenato Kerouac, ex sportivo, ma ormai a suo agio nella vita di città, tra feste e sbronze colossali.

Il dualismo città/natura è uno temi ricorrenti nelle opere di Kerouac e mai come in questo romanzo rappresenta uno dei fili conduttori più importanti: escursioni sulle montagne, meditazioni notturne nei boschi, si alternano a feste colossali (come quella che si prolunga per giorni e giorni, organizzata per festeggiare la partenza di Snyder per il Giappone), riti sessuali di derivazione buddista, sbronze, e viaggi all’avventura, all’insegna di quello spirito di libertà, caposaldo della filosofia di vita di Kerouac. Lo scrittore fu infatti un vero e proprio vagabondo che non ha mai smesso di viaggiare durante la sua vita (se non forse negli ultimi anni della sua esistenza, ormai alcolizzato e disilluso), incapace di stabilirsi per troppo tempo in un posto (nel romanzo tornerà a casa dalla madre per le festività natalizie, ma ripartirà poco dopo), ma in perenne ricerca del significato della vita, come testimoniato dalla scelta di ritirarsi alcuni mesi sulle montagne ai confini del Canada, per un lavoro da vedetta anti-incendio, lontano dal mondo, in mezzo al nulla; prima di fare ritorno per l’ennesima volta nella metropoli, nel suo chiasso e nei suoi colori e nella sua musica, scatenata, sfrenata, come sono state la sua vita e la sua prosa, entrambe uniche ed irripetibili.

Alberto Staiz

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