Lo scaffale dimenticato

Jack Kerouac

Nonostante la critica lo abbia spesso snobbato, considerandolo uno scrittore di secondo piano, Jack Kerouac è senza ombra di dubbio uno degli scrittori più influenti della seconda metà del ‘900, in grado di diventare un modello per le generazioni successive, che lo hanno adorato e idolatrato, copiandone lo stile compositivo e le vita vagabonda e sregolata.

Dopo aver esordito con La città e la metropoli nel 1951, ottimo romanzo di stampo classico, ben accolto da critica e pubblico, Kerouac continuò a scrivere regolarmente durante tutti gli anni ‘50, mentre vagabondava per gli Stati Uniti, cambiando innumerevoli lavori.

Nel 1957 riesce finalmente a pubblicare Sulla Strada, divenuto manifesto della beat generation e romanzo di culto, che gli diede una fama improvvisa e inaspettata. Putroppo però la celebrità lo portò, in pochi anni, a diventare un alcolizzato cronico. Un volta raggiunto il successo, vennero pubblicate tutte le opere che Kerouac scrisse durante gli anni ‘50, quando era ancora semisconosciuto. L’opera di Kerouac si sviluppa in un corpus unitario, estremamente autobiografico, composto sì da alcuni passaggi meno felici, ma che può anche vantare numerose perle stilistiche, inspiegabilmente sottovalutate dalla critica.

Big Sur è l’opera ultima di Kerouac, non in senso cronologico, bensì in quello letterario. Big Sur può essere considerato l’ultimo grande romanzo scritto da Jack Kerouac. Il titolo prende il nome da una località situata nella parte centrale della California, famosa per ospitare la residenza di Henry Miller, e luogo nel quale Lawrence Ferlinghetti (noto poeta beat amico di Kerouac) possedeva una piccola capanna dove era solito ritirarsi a comporre e meditare. Il romanzo narra la solitaria esistenza di Kerouac in questa capanna, contrapposta alla sua voglia di baldoria, di bere, che lo porterà nuovamente in città e sull’orlo della pazzia.

Quasi quarantenne, Kerouac si sente già stanco della celebrità, stanco di fare gli autostop e dei vagabondaggi, stanco della vita che faceva a 25 anni, girando l’America con lo zaino in spalla.

Big Sur é il racconto della sua discesa nella follia dell’alcolismo più estremo, in un perenne equilibrio tra i propositi di redenzione e gli eccessi a cui sembrava non riuscire a resistere. Un romanzo che alterna momenti di pace assolutamente bucolica (esemplificata dal poema finale che chiude il volume), a passaggi di frenesia sfrenata e scatenata, seguendo quel contrasto tra città e natura che ha caratterizzato tutti i suoi romanzi. Lo stile è un’esemplificazione perfetta di quella che lo stesso scrittore chiamava prosa spontanea: una sorta di flusso di coscienza, non ricercato e complesso come quello Joyciano, bensì più semplice, lineare e, appunto, spontaneo. Uno stile unico e personalissimo, talvolta complesso e confuso, ma spesso caratterizzato da una poeticità raffinata, raramente eguagliata nel campo della prosa.

Big Sur rappresenta l’epitaffio letterario di uno scrittore sottovalutato ma estremamente importante per quello che ha saputo dare alla storia della letteratura. Ci piace pensare che Kerouac avrebbe potuto partorire molti altri capolavori, se solo avesse condotto una vita meno frenetica, che lo ha portato alla morte a soli 47 anni. Una vita inquieta, vissuta nella perenne ricerca del significato vero dell’esistenza, in un perenne bilico tra eccessi e solitudine spirituale.

Alberto Staiz

Foto via bigsurhotel.blogspot.com; libriblog.com

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