‘Lo Hobbit La desolazione di Smaug’, di nuovo nella Terra di Mezzo

Il poster del film

Il poster del film

C’era chi, alla notizia che Peter Jackson, autore di una delle saghe cinematografiche di maggior successo di tutti i tempi, quella de Il Signore degli Anelli basata sul romanzo di J. R. R. Tolkien, aveva accolto con entusiasmo la notizia che il regista neozelandese avrebbe adattato per il grande schermo Lo Hobbit, altro famoso romanzo dell’autore britannico, incentrato sulle vicende avvenute prima delle avventure di Frodo e compagni. Il primo capitolo della saga cinematografica, Un viaggio inaspettato, uscito lo scorso dicembre, ha letteralmente entusiasmato gli occhi di tutti gli spettatori presentandosi in un nuovo spettacolare formato visivo, l’HFR 3D (acronimo per High Frame Rate, un nuovo metodo di ripresa cinematografica effettuato a 48 fotogrammi al secondo anziché 24, con macchine da presa digitali a grandissima precisione), regalando per la prima volta al cinema immagini dalla nitidezza e fluidità sorprendenti.

ALLA CONQUISTA DELLA MONTAGNA – Tecnicismi a parte, con Lo Hobbit La Desolazione di Smaug, il secondo capitolo di questa nuova saga in uscita oggi nelle sale italiane, l’instancabile Peter Jackson ci trasporta di nuovo nella fantastica Terra di Mezzo, dove ritroviamo il giovane “hobbit” Bilbo Baggins (interpretato da Martin Freeman), in viaggio con il mago Gandalf (Ian McKellen) e i tredici Nani, guidati da Torin Scudodiquercia (Richard Armitage), in un’epica battaglia per la riconquista della Montagna Solitaria e del regno sotterraneo di Erebor. Dopo essere sopravvissuti alla battaglia con il terribile Orco Bianco Azog, il gruppo continua il proprio viaggio verso Est, incontrando lungo la strada Beorn il cambiapelle (Mikael Persbrandt) e un gruppo di affamati ragni giganti nella minacciosa e oscura foresta di Bosco Atro. Ma proprio nell’oscura selva il gruppo viene catturato dagli Elfi della Foresta, capeggiati dall’egoista Re Thranduil (Lee Pace), padre di Legolas (Orlando Bloom), quest’ultimo innamorato dell’elfa silvana Tauriel (Evangeline Lily). Grazie al potere dell’Unico Anello, che lo rende completamente invisibile, Bilbo riesce ad introdursi nelle prigioni degli Elfi liberando così i Nani, i quali riescono a fuggire fino a Pontelagolungo grazie all’aiuto dell’arciere Bard (Luke Evans). Da lì, finalmente, il gruppo riesce a raggiungere la Montagna Solitaria: sarà qui che Bilbo dovrà intrufolarsi per recuperare l’Arkengemma, la gemma reale, ma si troverà a dover affrontare il pericolo più grande di tutti, il terribile drago Smaug, che metterà a dura prova non solo il coraggio del giovane “hobbit” e dei Nani, ma anche i limiti della loro amicizia.

Orlando Bloom interpreta l'Elfo Legolas

Orlando Bloom interpreta l’Elfo Legolas

DAL LIBRO AL FILM – Gli accaniti fan de Lo Hobbit farebbero meglio a prepararsi: il secondo capitolo della trilogia rielaborata da Peter Jackson, stavolta, si prende più di una licenza narrativa rispetto al racconto originale. Per ammissione dello stesso regista, Jackson e i suoi collaboratori alla sceneggiatura (Fran Walsh, Philippa Boyens e Guillermo Del Toro) hanno avuto la libertà di tagliare o condensare la storia del libro, incorporando allo stesso tempo sia le vicende narrate ne Lo Hobbit sia il materiale delle 125 pagine di appendice che Tolkien ha incluso alla fine de Il Signore degli Anelli. E la licenza gli sceneggiatori se la sono presa anche  con i personaggi: mentre la presenza di Legolas, assente nel libro originale di Tolkien, viene giustificata da quella di suo padre Thranduil (una concessione che le fan del bel Bloom apprezzeranno di certo), quella dell’elfa Tauriel, interpretata dalla Evangeline Lily di Lost, è ben più spiazzante. Aggiunta dalla Boyens che riteneva il romanzo di Tolkien troppo maschilista perché seriamente carente di figure femminili, Tauriel è una figura pressoché inutile, utilizzata per lo più come deus ex machina insieme a Legolas, e resa tale un po’ dall’interpretazione della Lily, un po’ dalla sceneggiatura stessa: le battute che le vengono fatte pronunciare sono palesemente lontane dall’eleganza che caratterizza quelle di chiara provenienza tolkeniana.

CI PENSA IL DRAGO SMAUG – Per fortuna che poi arriva il drago più intelligente, astuto ed egocentrico della storia dell’animazione digitale: il possente drago Smaug, doppiato nella versione originale da Benedict Cumberbatch (che ci aveva già dimostrato di saper essere cattivo e tenebroso in Star Trek – Into Darkness, grazie a una voce baritona che mai come in questo caso si è rivelata più adatta), mentre nella versione italiana la voce è dell’altrettanto bravo Luca Ward.  È grazie a questa figura leggendaria, e più in generale alle varie figure malvagie presenti nel film (c’è anche il grande occhio di Sauron), che Lo Hobbit La Desolazione di Smaug acquista un po’ di suspense e tensione, superando per buona parte la lentezza che caratterizzava il primo capitolo, ma non riuscendo a liberarsi di un problema di fondo che palesa una scelta produttiva evidentemente sbagliata: una trafila di eventi e situazioni distese per ben 2 ore e 40 minuti di proiezione che non fanno altro che allungare eccessivamente il brodo. Appare chiaro anche allo spettatore più sprovveduto che tre film di una tale lunghezza (il terzo capitolo, dal titolo Lo Hobbit – Racconto di un ritorno, uscirà il prossimo anno), sono una quantità eccessiva per un libro “minore” quale è Lo Hobbit rispetto a Il Signore degli Anelli. Perdonateci, dunque, se ci permettiamo di pensare che, al di là della volontà di una nostalgica rievocazione delle atmosfere davvero mozzafiato della Terra di Mezzo, ora valorizzabili grazie alle nuove tecnologie digitali, e oltre a voler ammaliare l’occhio dello spettatore con immagini più reali del reale, l’intenzione sia quella, fin troppo palese, di voler staccare qualche biglietto in più ai botteghini durante le festività natalizie.

 David Di Benedetti

@davidibenedetti

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