Live report: Steven Wilson @ Teatro Sistina, Roma

Ottima performance per Steven Wilson e la sua band nella tappa romana del tour che accompagna il nuovo album da solista “Hand. Cannot. Erase”

Glielo si legge in volto a chiare lettere e lo si percepisce con estrema facilità dal tono della sua voce nonché dalla smagliante predisposizione colloquiale che, certo, non gli è mai mancata ma, a quanto pare, ultimamente si mostra meglio: Steven Wilson è l’uomo più felice del pianeta da quando ha definitivamente avviato la sua carriera solista. Col benestare, volente o nolente, di tutti coloro – e sono veramente tanti – che in ogni parte del mondo, da ormai più di vent’anni a questa parte, hanno letteralmente costruito la sua fortuna di artista amando alla follia soprattutto la sua band originaria principale – i Porcupine Tree – Steven Wilson ha ufficialmente il diritto – un po’ anche il dovere, vista la caratura della mente in questione – di fare assolutamente quello che gli pare. Pazienza, dunque, se tutte le scelte attuali sono orientate verso la produzione di dischi e concerti a proprio nome e direzionate sempre di più verso un filone prog di stampo “seventies” che rischia spesso di far risultare i suoi derivati sonori come qualcosa che arriva a scorrerti addosso senza riuscire ad entrare veramente nelle tue vene di ascoltatore emotivamente pretenzioso.

Il manifesto per le tappe italiane del tour di Steven Wilson affisso alle porte del Teatro Sistina di Roma

Il manifesto per le tappe italiane del tour di Steven Wilson affisso alle porte del Teatro Sistina di Roma

ATTESE RIPAGATE – Da veterano amante della suddetta band fino all’estrema unzione, il sottoscritto, nel corso degli ultimi anni, ha più volte provato un senso di disagio all’ascolto di album solisti così differenti e diversamente coraggiosi rispetto ai già notevolissimi esperimenti a nome Porcupine Tree – ma anche No-Man, Bass Communion o Storm Corrosion – da risultare certamente non sgradevoli ma almeno – concedetelo – un tantino ostici e alquanto pretestuosi sotto una frazione di punto di vista compositivo. Al di là dello splendore insito nella novità sonora conferita dalla prima uscita solista Insurgentes (2008; in realtà è la seconda se contiamo anche la raccolta di esperimenti ambient Unreleased electronic music del 2004), Grace for drowning (2011) e The raven that refused to sing (2013) presentavano dei momenti in cui si poteva facilmente cadere nell’incomprensione o, quantomeno, in uno spunto di dissenso che rischiava – per alcuni ne è stato il risultato – di riversarsi in sede live senza via di ritorno. Con il nuovo Hand. Cannot. Erase, però, Steven Wilson è riuscito a compiere un passo in avanti di un’importanza a dir poco estrema, fosse anche soltanto per la capacità che un album del genere ha – assieme al suo contorno intermediale fatto di immagini fotografiche, video, blog, vere e proprie sezioni di opere d’arte audiovisive e, manco a dirlo, un palcoscenico che si trasforma letteralmente in luogo narrativo – di creare un mondo intero e di sprigionare da esso una potenza immaginifica talmente possente a livello onirico da risultare perfetta per rispecchiare il dato fondamentale della realtà più devastante evidenziata dalla storia raccontata a mo’ di concept.

Il palco del tour 2015 di Steven Wilson (stevenwilsonishere.tumblr.com )

Il palco del tour 2015 di Steven Wilson (stevenwilsonishere.tumblr.com )

UN FILM “VIVIBILE” – Qual è questa storia? Come abbiamo già accennato nell’articolo di presentazione alla data romana del tour 2015 di Steven Wilson, Hand. Cannot. Erase (riproposto dal vivo quasi per intero) tratta della singolare – e reale – vicenda di Joyce Carol Vincent, una ragazza inglese trovata morta nel 2006 nel suo appartamento a distanza di tre anni dal suo decesso, dopo essersi barricata in casa sottraendosi alla vita sociale senza, però, essere più avvicinata né ricercata da nessuno. L’intero concept, dunque, gira sul perno metaforico della spersonalizzazione di un sé moderno inserito in una macchina cibernetica di interconnessione talmente vasta e vitale da divenire strumento di dissoluzione umana nel momento stesso del suo venir meno.

Fin dal solo pensiero di realizzare un’opera basata su elementi così delicati e profondi, risultava estremamente difficile operare una scelta live che potesse far letteralmente (ri)vivere allo spettatore meno passivo una situazione morale, spirituale e intellettuale di tale portata. Ma il buon Wilson ha previsto veramente tutto in maniera talmente minuziosa da far diventare un semplice concerto qualcosa di prossimo ad un vero e proprio film “vivibile” con tanto di introduzione, intermezzi tutt’altro che di intrattenimento e titoli di coda.

IL CONCERTO – Quando una buona parte delle luci del Teatro Sistina di Roma – gremito in ogni ordine di posto –  sono ancora accese per consentire agli ultimi entrati di prendere posto, infatti, le prime immagini provenienti dagli splendidi lavori proposti sullo schermo retrostante da Youssef Nassar e Lasse Hoile scorrono già sul fondo del palco con l’intenzione di costruire fin da subito l’atmosfera di dimenticata periferia (quasi un’ossessione tematica per Wilson ma) necessaria alla percezione di quanto verrà raccontato di lì a poco. Con l’ingresso di Wilson e della sua band, dunque, prendono piede le prime note introduttive di una First regret che lascia poi campo libero all’ensemble nelle strutture da ouverture di 3 years older. Le toccanti immagini e una performance collettiva in crescita spingono definitivamente gli astanti nel cuore di una narrazione emotiva che passa attraverso la title track Hand. Cannot. Erase. e la successiva Perfect life per permettere alla band di carburare definitivamente con gli splendori esecutivi di un brano come Routine. Wilson ne anticipa l’esecuzione scusandosi per l’assenza delle due voci complementari (una femminile e una infantile) e chiedendo ai presenti se può andar bene ugualmente la loro riproposizione su laptop.

Steven Wilson (regioactive.de)

Steven Wilson (regioactive.de)

Oltre ad essere l’inizio di un gran bel feeling tra i musicisti sul palco, è anche il consolidamento di una confidenza molto simpatica ma imponentemente intima tra Wilson e i presenti (confessa il suo affetto per Roma in quanto città che a suo tempo consacrò i Porcupine Tree a livello internazionale; chiede al pubblico se c’è qualcuno che conosce il risultato dell’amichevole Italia – Inghilterra in programma proprio quella sera). Questi ultimi – sempre nella loro accezione meno passiva, ovviamente – sono non minori protagonisti dello spettacolo, specie quando anche la riproposizione di brani da dischi solisti precedenti (Index, Harmony Korine, The raven that refused to sing) o provenienti dal repertorio dei Porcupine Tree (Lazarus e Sleep together) si inseriscono alla perfezione in un contesto che li rende narrativamente complementari nel loro trattare sensazioni di perdita, nostalgia per condizioni non vissute e per una realtà in cui il sonno della ragione umana, forse, non aveva ancora violentemente intaccato il senso stesso del risultare vivi.

Con Ancestral si toccano vette imprescindibili: Marco Minnemann è una macchina infernale dietro le pelli, Adam Holzman e Guthrie Govan sfiorano la perfezione più assoluta nei loro intrecci tastieristico-chitarristtici, mentre Nick Beggs è impeccabile nel suo barcamenarsi tra basso e voci secondarie (commistione tutt’altro che semplice). Quanto al Wilson strumentista, fa estremamente piacere vedere uno splendido quarantottenne migliorare sulle corde sia di chitarra che vocali come sui fraseggi di The watchmaker e sulle melodie ancestrali della conclusiva The raven that refused to sing.

UN ARTISTA VERO – Uscendo dalla sala mentre, come accennato, dei veri e propri titoli di coda audiovisivi – riportanti cast e credits vari, sia per il personale tecnico che per quello artistico – scorrono sullo schermo del palco, la sensazione che più di altre alza la voce è quella che stimola la coscienza a considerare di essersi trovati ancora una volta al cospetto di un artista vero e puro, magari alle volte dedito ad assecondare i gradimenti del momento o alcune opportunità volutamente aperte (vedi Blackfield e Opeth) ma assolutamente serio, onesto e, più di tutto, libero.

Se ci sarà o meno, in futuro, un ritrovo dei Porcupine Tree non è dato sapere e, forse, neanche importa più di tanto (al di là del desiderio di rivedere quei musicisti fare le cose incredibili a cui ci hanno abituato) se il suo fautore principale gode di una salute intellettuale così lucida e sensata.

Lunga vita, dunque.

Stefano Gallone

@SteGallone

(Foto: WakeUpNews / stevenwilsonishere.tumblr.com / regioactive.de)

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3 Risponde a Live report: Steven Wilson @ Teatro Sistina, Roma

  1. avatar
    Emanuele 02/04/2015 a 12:03

    Ero al concerto e condivido in toto con il report, completo e ben scritto. Complimenti.

    Rispondi
  2. avatar
    Franco 02/04/2015 a 13:42

    Ho assistito al bellissimo concerto di Milano e mi ritrovo (molto meno per le parti “negative”) con quanto espresso nel live report.
    Grande SW & band… ;-)

    Rispondi
  3. avatar
    Stefano Gallone 03/04/2015 a 18:18

    Grazie di cuore per la lettura e l’apprezzamento.
    Un saluto

    Stefano Gallone

    Rispondi

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