Litfiba: è davvero una “grande nazione”?

Copertina di "Grande nazione", il nuovo disco dei Litfiba

Permettete una sola domanda: perché tornare insieme dopo tanti anni pur sapendo, probabilmente, di non avere poi tutte queste grandi idee artistiche in testa? Per soldi? Per richiamare alla memoria una certa fama, vista la discendente parabola sia solista (da una parte) che legata (dall’altra) all’esperienza con i pur bravissimi Gianluigi “Cabo” Cavallo (checchè se ne dica, Insidia, malgrado, assieme agli altri, sia stato sciaguratamente eliminato dalla discografia ufficiale sulla relativa pagina del sito ufficiale, era un bel disco) e Filippo Margheri (le cui tracce sono tuttora ricercate: se qualcuno sa che fine gli hanno fatto fare, ce lo comunichi)? Per la voglia (reale ed effettiva) di suonare di nuovo il sano rock con il quale si è riusciti a riempire ed incendiare per anni e anni interi palazzetti?

I Litfiba del ritrovo con il buon Pierò Pelù, insomma, pare proprio che non si riesca bene a capirli. «Non ci siamo riuniti per soldi». Va bene. Ma allora perché dare immediatamente alle stampe, malgrado due brani inediti (Sole nero e Barcollo) comunque abbastanza discutibili, un disco live (Stato libero di Litfiba) buono ma registrato e prodotto in fretta e furia durante le prime quattro date del rispolvero di repertorio? Era proprio necessario? Proprio non si poteva rinchiudersi subito in studio per vedere se il consenso ottenuto era davvero quello più auspicabile?

Se è vero che è meglio tardi che mai, comunque, la strana coppia (perché strana davvero è apparsa nel corso dell’ultimo anno e mezzo, almeno nei video personali diffusi in rete: si saranno davvero riappacificati senza portafogli?), a partire dallo scorso 17 gennaio, ha ripreso ufficialmente (e continuerà, vista l’idea di una “trilogia degli stati”, recuperata abitudine seriale) a sfornare inediti con un nuovo lavoro in studio, frutto di quella che viene confermata dai diretti interessati, appunto Piero Pelù e il sempreverde chitarrista Ghigo Renzulli, come l’eterna e matta voglia di imbracciare gli strumenti e calcare palchi di legno.

Chiariamolo subito: Grande nazione è un buon disco di sano e semplice rock duro. Su questo non occorre obiettare alcunché se non l’unico (ma grosso) difetto interiore e assolutamente evidente. Sano e semplice rock duro, dunque: forse anche troppo semplice, però. Caratteristica che innesca nella nostra mente e nella nostra anima da vecchi fan sfegatati della storica band toscana (consapevoli dei tempi irrecuperabili dei dischi più belli in assoluto: Desaparecido, 17 re, Tre o il primo ep omonimo, tasselli che comunque la band ha sempre provveduto a recuperare a piccole dosi, di tanto in tanto) l’istinto di scovare già nelle primissime note del supporto audiofonico (anche vinile) diverse somiglianze con il periodo a cui la band, sia per look e abbigliamento dei membri principali, sia per formazione (tre quinti di quella pre-litigio, col bravissimo Daniele Bagni al basso), sembra volersi riferire, vale a dire quel triennio d’oro che seguì l’apice del successone di El diablo, dal 1992 al 1995, con dischi di un impatto e di una determinazione senza precedenti come il roboante e concettualmente arrabbiatissimo (per questo indimenticabile) Terremoto e il più diretto Spirito. Se, dunque, la vena lirica di Pelù (come la voce e soprattutto il carisma da vero animale da palcoscenico nonostante i quasi cinquanta anni d’età) appare finalmente recuperata al di là di lezzosi corpi che cambiano, mascherine, amori immaginati e saluti alle mattine, per tornare (era ora) ad orientarsi corposamente sulla scena sociale e politica italiana (anche se con molta meno poeticità dissacrante di un tempo), è la vena compositiva a destare pochi ma seri dubbi.

Piero Pelù e Ghigo Renzulli

Con molta probabilità e un pizzico di delusione, allora, non è forse un caso se questo nuovo album (ripetiamo: comunque buono) si apre con una Fiesta tosta che tanto (troppo!) ricorda l’apertura del secondo disco di riferimento da noi menzionato, ovvero Spirito. Il brano in questione è, dunque, Lo spettacolo (si vada a riascoltare): malgrado la tonalità differente (come per ogni altro semi-autoplagio in questa sede), il riff, l’impostazione vocale e la ritmica sono davvero molto ma molto simili. Alla maniera in cui, poi, Spirito avanzava con la lenta ma estroversa Animale di zona, anche qui il ritmo complessivo cala con Squalo, primo singolo radiofonico e videoclip diffuso dalla band alcune settimane prima dell’uscita del disco, nonché brano, si, di muro sonoro comunque energico e gradevole ma esempio lampante di una carenza lessicale che affligge Pelù già da qualche anno a questa parte (nonostante il tema sia comunque importante a livello di critica sociale). Elettrica, poi, forse lascia spifferare un minimo di ventata di novità, anche se la successione melodica (come per altri brani del disco) sembra, a momenti, davvero estrapolata stando seduti ad un tavolino con carta copiativa posta su migliaia di melodie già ascoltate (il che non fa così tanto onore alla band fiorentina, una delle più creative di sempre almeno in territorio tricolore). La successiva e molto bella Tra te e me, oltre ad un testo finalmente molto profondo, sentito umano e forse personale (probabile una forte vena di autobiografismo reciproco dei due leader), chiama ancora in causa una certa carenza di inventiva, pur rappresentando quasi certamente uno degli elementi migliori del disco, malgrado si tratti, ancora, di qualcosa apparentemente tirato via su basi già cotte e assaggiate da moltissimi altri, proprio come fa la successiva e ben movimentata Tutti buoni, consistente grido di protesta civile e politica ma, anche qui, strutturato sulle basi di una semplicità che, a memoria, non tanto rispecchia la genialità dei Litfiba migliori e non pop-dipendenti. Mentre Luna dark abbassa momentaneamente i toni con una semi-ballata distorta, è Anarcoide (nonostante una solida rabbia espressa con tanto di riferimenti orwelliani) ad illudere l’ascoltatore di trovarsi forse di fronte al brano migliore dell’intero lavoro, prima di sprofondare, però, dopo un intro duro e compatto in puro stile punk rock, in una sorta di commerciabile frammento alla Green Day o Offspring più radiofonicamente telecomandati (eccome se si percepisce una somiglianza con la The kids aren’t alright di Americana). Il tassello successivo, poi, l’omonima Grande nazione, di certo ricorda di cosa sono capaci le sei corde del buon Renzulli (anche se i riff di Il mistero di Giulia da Terremoto…) per mezzo di un muro sonoro molto ben architettato, mentre Brado riporta di nuovo la mente a quell’intramontabile Terremoto anche solo per via dell’utilizzo di uno scacciapensieri nella parte iniziale del brano (si veda Dimmi il nome), corpo sonoro che comunque si pone molto bene alla percezione emotiva e concettuale. Ma se ci eravamo un attimo dimenticati, salvo qualche minuziosa perfidia, di uno spiraglio di potenziale mancanza di idee, ecco che arriva il fanalino di coda, ovvero il secondo singolo estratto dal disco, la pur sempre molto bella La mia valigia, le cui gesta si destreggiano sugli accordi (anche qui, magari, di altra tonalità) della splendida No frontiere, ancora dal memorabile (indovinate un po’) Spirito, pur concedendo al senso stesso del brano, a versi raramente così sinceri e umani, e ad una struttura estremamente coinvolgente il privilegio di riportare l’ascoltatore appassionato e consapevole delle precedenti gesta della band toscana all’essenza stessa dell’agglomerato fiorentino, caratteristica (quella del viaggio e della libertà…di “spirito”) portante di ogni avvenimento e di ogni alchimia interna.

Ribadiamolo: Grande nazione è un buon disco rock. Nient’altro, però. Fareste meglio, dunque, ad ascoltarlo per intero prima di scegliere se entrare o meno in un negozio di dischi. A meno che non vi siate lasciati ingolosire dai nostri raffronti coi rispettivi predecessori (da recuperare assolutamente).

Stefano Gallone

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