L’Iran congela l’arte di Jafar Panahi

Jafar Panahi

Teheran - Il regime iraniano, come sempre, continua a regalare grandissime dimostrazioni di democrazia: pur di non dare credito all’evidenza, preferisce ammutolire letteralmente anche il regista Jafar Panahi, già arrestato lo scorso 2 marzo nella sua casa di Teheran (nel corso di una commemorazione delle vittime, insabbiate, dei movimenti di protesta post-elezioni) e rilasciato dopo 88 giorni di prigione e ora condannato a ben sei anni di reclusione, oltre al divieto assoluto di scrivere sceneggiature, girare anche solo accenni di film e lasciare l’Iran per i prossimi 20 anni. Il reato? “Per aver agito e fatto propaganda contro il sistema”. Certo, queste cose sono davvero intollerabili, inaccettabili. Non è assolutamente ammissibile che un comune mortale metta in discussione la supremazia e l’autorità di sua santità il dittatore. Nemmeno se si tratta di chi anima, cuore e cervello non ha mai scelto di svenderli al primo offerente di turno. Stiamo parlando, infatti, di un vincente di Cannes col film Il palloncino bianco (sceneggiatura di Kiarostami: roba di poco conto anche questa, ovvio), di un trionfatore anche in quel di Locarno con Lo specchio e di Venezia con Il cerchio. Troppi meriti importanti per poter entrare a far parte degli asserviti all’ordine supremo del capo. Troppo grave la colpa dell’aver trasportato sullo schermo, in zona a rischio, il drammatico dilemma della sottomissione femminile ad opera della “giusta” morale islamica in tutte le possibili sfaccettature (dalla tragedia alla commedia). Troppo grave la colpa di aver usato la propria arma migliore, l’intelletto, per esprimere a largo raggio i dilemmi posti sotto gli occhi di tutti da secoli ma, evidentemente, fastidiosi se condivisi da mezzo globo terracqueo. Pellicole odiate e proibite in patria, lotta perenne contro la dottrina islamica e guerra spirituale al regime di Teheran hanno fatto di Panahi, da tanti anni a questa parte, un paladino del tentativo di apertura mentale rivolto ad un’intera cultura radicalmente fondata, tra le altre cose, purtroppo, anche sull’odio e sugli obiettivi di annientamento dell’oppositore. Una sentenza assurda, quella emessa in queste ore. Tanto vigliacca quanto consapevole della debolezza istituzionale dinanzi alla dirompente potenza delle idee.

Stefano Gallone


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