“L’intervallo”, tra adolescenza e connivenza

Con il validissimo film L’intervallo, Leonardo Di Costanzo – finora apprezzato come documentarista – fa il suo debutto al lungometraggio di finzione senza perdere, però, un certo sguardo acuto e lucido sella realtà. Ed è proprio da questa curiosità nei confronti del reale che nasce l’opera in questione, un’opera – pensata come fusione tra riflessione cinematografica sul reale da una parte e impegno politico e sociale dall’altra – su due adolescenti costretti a crescere e diventare grandi nella periferia di Napoli, tra giochi di potere e sottomissione. A portare avanti questo arduo compito, però, Di Costanzo non è solo. Al suo fianco troviamo come sceneggiatori Maurizio Braucci (Gomorra e Reality di Garrone), considerato come dei più originali e complessi scrittori della nuova narrativa italiana, e Mariangela Barbanente, sceneggiatrice tra gli altri della serie televisiva Ris – Delitti imperfetti.

L’intervallo, fresco vincitore del premio Best Innovative Budget nella categoria Orizzonti dell’attuale 69a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, è girato interamente a Napoli, più precisamente nell’ex ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi, e ci mostra l’incontro/scontro di un ragazzo e di una ragazza rinchiusi dal capoclan della zona in un edificio abbandonato con due ruoli distinti: lei, Veronica (Francesca Riso), la prigioniera e lui, Salvatore (Alessio Gallo), il carceriere. Di fronte alla reclusione, i due ragazzi hanno reazioni diverse: Veronica si ribella, Salvatore, invece, soggiace alle regole dettate dall’alto. Col passare delle ore tra i due nasce un semplice e spontaneo sentimento di complicità, tipico dei coetanei e, soprattutto, degli adolescenti, guadagnandosi così un momento tutto per loro, fatto di scoperte e confessioni.

Questo intervallo dalle loro vite, dalle dinamiche imposte dalla società e, ancora di più, dalla società (camorra) nella società, è ciò che Veronica e Salvatore hanno la possibilità di vivere. Figlia di una gestazione piuttosto lunga – la prima stesura della sceneggiatura risale al 2007, quando a Napoli c’era una vera e propria guerra tra bande – l’opera filmica di Di Costanzo ha il pregio di sgomberare il campo da possibili equivoci legati alla messa in scena di una blanda e sterile contrapposizione tra vittima e carnefice o, peggio, una pittoresca e stereotipata rappresentazione della realtà della periferia napoletana.

Ciò che sta a cuore al regista, ed è il fulcro del film, è la riscoperta da parte dei due ragazzi della loro adolescenza, un’adolescenza – che secondo il regista partenopeo è «un momento in cui la personalità è già parzialmente definita anche se tutto deve ancora succedere» – spogliata però dagli “abiti”, mentali e comportamentali, a cui sottostanno quotidianamente. Per fare tutto ciò, Di Costanzo situa l’azione in un luogo abbandonato e dimenticato, al di fuori del contesto urbano e sociale della disordinata e caotica realtà metropolitana. È proprio questo spazio vacante, vuoto, che permette a Salvatore e Veronica di abbandonare i loro ruoli, le loro maschere sociali, per solidarizzare e conoscersi per ciò che realmente sono, condividendo anche confessioni e momenti di pura intimità. Da questo spazio sono irrimediabilmente esclusi gli adulti, avvertiti come minaccia o come portatori di regole e consuetudini da rispettare, anche legate alla malavita.

L’intervallo di Di Costanzo fonda la sua riflessione cinematografica sul contrasto interno/esterno, utilizzando uno spazio di “cattività” per dare, paradossalmente, libertà ai suoi personaggi. E quando Veronica ha la possibilità di scappare dal luogo di reclusione non trova il coraggio, infatti, «succede che gli uccelli che vivono in gabbia anche se gli apri la porta non fuggono […] Se ne stanno lì, in un angolo, a guardare»; questo il prologo con cui film si presenta e con cui, forse, Di Costanzo ci suggerisce che ormai il mondo connivente “là fuori” è troppo radicato o, peggio, inevitabile. In definitiva un film per l’intelletto, un film che sprona lo spettatore a riflettere, un film non per tutti ma che, paradossalmente, tutti dovrebbero vedere.

Emanuel Micali

 

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