L’inferno della (in)giustizia – parte seconda

Detenuti abbandonati dietro le sbarre che scelgono il suicidio: la doppia condanna delle carceri italiane

di Benedetta Rutigliano

PADOVA- Eccoci, purtroppo, alla seconda puntata sul tema “Emergenza carceri”, dopo la questione  delle celle scomparse affrontata all’inizio del 2010. La riflessione scaturisce dal suicidio, tra le mura del carcere “Due Palazzi” di Padova, del detenuto Giuseppe Sorrentino, 38 anni, impiccatosi alla finestra del bagno al termine della scorsa settimana.

Ad accorgersene proprio i compagni di cella, che durante l’ora d’aria lo hanno visto armeggiare con un lenzuolo che ha poi legato alle sbarre. Nonostante l’immediato allarme, gli agenti della polizia penitenziaria non sono riusciti ad intervenire in tempo per salvarlo.

Cronaca di una morte annunciata: il carcere di Padova e il tribunale di sorveglianza sono rimasti sordi a tutte le mie istanze per la sospensione della pena inflitta a Giuseppe Sorrentino allo scopo di trasferirlo in una struttura sanitaria idonea a curarlo o almeno avvicinarlo alla famiglia, come dovrebbe essere normale in uno stato civile”. Parole di indignazione quelle dell’avvocato difensore della vittima, Bianca De Concilio. Sofferente di una grave forma di schizofrenia acuta, il trentottenne santegidiese più volte era stato curato negli ospedali psichiatrici giudiziari (detti Opg), e da poco aveva terminato uno sciopero della fame che lo aveva debilitato. Lamentava da tempo una scarsa attenzione ai suoi problemi da parte della struttura carceraria. “Non ho avuto ascolto da nessuno” -aggiunge l’avvocato De Concilio- “ho sollecitato le istanze alla cancelleria del magistrato di sorveglianza, ho parlato con gli ispettori del carcere per far comprendere che Sorrentino era a rischio di suicidio, gesto che aveva tentato già altre due volte, tagliandosi le vene. Non è stata predisposta neanche una sorveglianza stretta”.

Anzi, un mese e mezzo fa il direttore sanitario del carcere di Padova, in una relazione sul carcerato, scrisse: “Il detenuto non è malato, finge”. E ora il suicidio.
Il 23 febbraio scorso, nella stessa struttura, si è tolto la vita Walid Alloui, 28 anni. Dall’inizio dell’anno salgono così a 13 a Padova i prigionieri suicidi e a 31 il totale dei morti “di carcere” (che comprendono i decessi per malattia e per cause da accertare). I dati sono dell’Osservatorio permanente sulle morti in carcere, del quale fanno parte i Radicali Italiani, e le Associazioni ‘Il Detenuto Ignoto’,'Antigone’, ‘A Buon Diritto’, ‘Radiocarcere’, ‘Ristretti Orizzonti’.

Le condizioni dei penitenziari italiani sono a dire poco inaccettabili al di sotto di svariati punti di vista: nel caso di Sorrentino sono evidenti gli stati di abbandono e di isolamento di cui è stato vittima. E numerosi sono  gli episodi analoghi, tanto che a fine gennaio Franco Ionta, direttore del DAP (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria), aveva predisposto e sottoscritto una circolare per istituire un “servizio di ascolto” composto da poliziotti penitenziari, sollevando non pochi dubbi relativamente alla formazione di queste figure, efficienti per il proprio ruolo, ma forse non complete per il nuovo profilo richiesto.

Si sottovaluta in Italia una questione estremamente rilevante, fingendo di non udire il frastuono provocato dai detenuti che sbattono oggetti sulle sbarre, o di non vedere il luccichio delle fiamme di lenzuola incendiate per richiamare la nostra attenzione. Come è accaduto durante le proteste dello scorso agosto nelle carceri di Lucca, Como, Solliciano. Solo alcuni esempi.

Perché neanche il sangue e la morte smuovono questa situazione determinata in gran parte dall’inefficienza del sistema giudiziario.

A gennaio il ministro della Giustizia Angelino Alfano dichiara al Consiglio dei Ministri lo “Stato di emergenza” nelle carceri, per far fronte ad un altro problema che determina il disagio psico-sociale e fisico dei detenuti: il sovraffollamento.

Non mancano le promesse di un “piano di edilizia giudiziaria che ponga il nostro Paese al livello delle sue necessità”, che per Alfano vale a dire “un livello di capienza attorno agli ottantamila posti”. Una politica del personale, mirata ad assumere duemila nuovi agenti di polizia penitenziaria, distribuendoli in modo omogeneo sulla penisola. L’ipotetica stesura di norme di accompagnamento che attenuino il sistema sanzionatorio per chi deve scontare un piccolissimo residuo di pena.

Aumenta infatti il numero dei comportamenti qualificati come reati e dei reati sanzionati con la detenzione in cella, spesso verso soggetti come gli immigrati che, a causa della scarsa conoscenza della lingua e della legge, sono poco tutelati. Da non sottovalutare poi il numero di persone recluse per violazione delle norme sugli stupefacenti: per lo più tossicodipendenti, il cui luogo di recupero non può essere certamente un carcere, essendovi strutture maggiormente dedicate.

L’Osapp, sindacato di polizia penitenziaria, informa che “è passato da 200 a 300 reclusi a settimana (1.300 mensili) l’incremento delle presenze detentive”. La rilevazione aggiornata al 10 febbraio indica in 65.720 i detenuti presenti. Il segretario generale Leo Beneduci spiega che “gli incrementi sono andati a pesare su sedi già eccedenti la capienza massima sostenibile: Emilia Romagna (554 detenuti in più), Veneto (+350), Lombardia (+348), Sicilia (+317) e Puglia (+259)”.

Per non parlare dell’altro grave problema che complica notevolmente la condizione mentale e fisica dei detenuti, già lesi della loro dignità e dei loro diritti dal sovraffollamento: la malasanità nelle carceri.

Aids, tubercolosi, epatite B e C, disagio mentale sono patologie diffusissime nei penitenziari italiani. Colpa anche della riforma sanitaria che stenta ad attuare il passaggio di competenze dalla Giustizia alla Sanità, a causa di lentezze burocratiche, trasferimenti a singhiozzo dei fondi dallo Stato alle Regioni e, soprattutto, disparità di trattamenti e disomogeneità sul territorio.

Occasione per fare il punto sulla salute nelle prigioni italiane è stato il Convegno sulla riforma sanitaria in ambiente penitenziario, organizzato a Regina Coeli (Roma) all’inizio dello scorso febbraio. Evangelista Sagnelli, presidente della Società italiana di Malattie infettive e tropicali dichiara che “non esistono studi mirati sulle malattie infettive, ma in base a una media nazionale possibile, possiamo dire che circa il 40% dei detenuti è affetto da epatite C, il 6-7% da epatite B, il 2-3% da Hiv”. Senza contare le malattie psichiatriche “che colpiscono circa il 20% dei detenuti” e le persone “reattive alla tubercolina, tra il 12 e il 16%, che non vuol dire avere la tubercolosi, ma essere comunque sensibili al bacillo”.

Qualche Regione, come la Toscana, ha cominciato a farsi carico autonomamente di alcuni problemi, essendo carenti le risorse nazionali. A Firenze, per esempio, quattromilacinquecento materassi e cuscini nuovi, un servizio per la loro periodica sanificazione e una dotazione annuale di kit per l’igiene orale e personale sono stati acquistati per i detenuti, con una spesa complessiva di 620 mila euro. La sanità pubblica dovrebbe assicurare il diritto alla salute di tutti i cittadini, criminali o meno che siano.

Invece i carcerati rimangono avvolti nel buio delle loro celle. Soli. Dimenticati. E non tutti accettano di sopravvivere.

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