L’Ilva, Taranto e l’Italia: quando il territorio è una ricchezza inutilizzata

Prelievo di campioni di acqua marina al largo degli scarichi dell' Ilva.

Sono anni, tanti anni, che a Taranto si discute dell’ “Ecomostro”. Fra comitati, giovani che cercano disperate alternative e soluzioni, meno giovani che alternano rassegnazione ed allarmismi. Sono anni che i tarantini invocano la creazione di un registro tumori, ma solo  pochi mesi che l’Italia tutta, si è accorta dell’ Ilva.

Che il lavoro non fosse più un diritto scontato hanno provato ad insegnarcelo i governanti negli ultimi mesi, ma che addirittura il lavoro potesse diventare una condanna a morte l’Italia, i suoi ministeri e i suoi mezzi di informazione e comunicazione lo hanno scoperto troppo tardi. Ed è difficile da accettare, persino in tempo di crisi. Non tutti si sentono liberi di scegliere a cuor leggero fra salute e stipendio, tantomeno a Taranto, dove ormai, si deve.

L’alternativa rivoluzionaria sarebbe recuperare tutte le risorse che finora sono passate in secondo piano. Il porto, il mare, la miticoltura, l’agricoltura, l’allevamento, il turismo.  C’è bisogno di ingenti investimenti, ma non c’è motivo eticamente valido per cui sulla bilancia debba pesare più il “minerale” della valorizzazione del territorio e della sua corretta gestione. Berillio e antimonio infettano ormai molti terreni, non solo le aiuole del rione Tamburi, e non è possibile usufruirne prima che vengano bonificati: l’Ilva ha fatto terra bruciata intorno a sé, ed è proprio in virtù di questo impassibile meccanismo di esclusione che essa è diventata il centro dell’economia tarantina.

Gli stabilimenti occupano  una superficie di oltre 15 chilometri quadrati, di cui oltre 10  nel comune di Taranto: una superficie grande circa il triplo della città, e due terzi del suo porto. Con i 250 chilometri di ferrovia interna e i giganteschi altiforni, lo stabilimento è definito a ciclo integrale, poiché ospita tutti i passaggi che dalla lavorazione del minerale di ferro portano ad ottenere l’acciaio.

Se negli anni ’40 ai Tamburi si andava per «respirare l’aria buona», addirittura consigliata per la cura delle malattie respiratorie, oggi un’ordinanza che riprende un decreto del 2010 , consiglia ai bambini di non giocare nelle aree verdi “non pavimentate”, e alle famiglie di lavarli accuratamente una volta tornati a casa, per purificarli dal minerale.

No, non è preistoria, si tratta di attualità. Un totale di 750 mila metri quadrati di aree verdi, popolate e non, per le quali esiste un progetto di bonifica, inserito nel piano triennale delle opere pubbliche del Comune e incluso nell’annualità 2012, finanziato con 3.890.000 euro derivanti dalla delibera Cipe (3/06).  Per il 6 settembre è fissata la conferenza decisoria convocata «per l’impostazione degli interventi di messa in sicurezza del sito». E’ necessaria la rimozione dei primi trenta centimetri di suolo superficiale nelle aree scoperte non pavimentate e la bonifica completa di quattro aree: dalla prima analisi condotta su 75,6 ettari del quartiere Tamburi nello strato superficiale del terreno, fino a un metro di profondità, sono stati rilevati valori fuori norma di berillio, antimonio, piombo, zinco, Pcb e idrocarburi pesanti. Nel sottosuolo invece, si riscontrano eccedenze di antimonio, arsenico, berillio, cromo totale, cobalto e nichel. Per non parlare delle concentrazioni di minerale tossico rinvenute nelle falde acquifere.

A cosa serve poi approvare progetti avanguardistici ed ecocompatibili come il Parco Eolico, se ogni segno positivo viene automaticamente annullato dall’impatto negativo dell’acciaieria?

Le presunte eccellenze decantate  da Fulvio Conti di Enel, perdono molta della loro credibilità di fronte alle parole di cittadini che affermano candidamente:  «Il tumore qua, è come prendere il raffreddore». Sarebbe come dire che la bomba atomica è un’arma fantastica perché cervelli illustri hanno condotto per anni illuminanti esperimenti e studi sulla fissione nucleare.

Se queste eccellenze esistono, i tecnici e le manovalanze di alto profilo dovrebbero incanalare le proprie competenze per giungere ad una riqualificazione veramente innovativa, non mettere le solite toppe Made in Italy e procrastinare. Ci vorrà del tempo, Taranto può aspettare una soluzione, ma non può attendere di precipitare ancora più in basso. Non basteranno certo i 146 milioni stanziati per il risanamento aziendale, questo lo sa bene anche Clini – sempre in prima linea – come lo sa anche il nuovo Presidente dell’Ilva SpA, Bruno Ferrante. L’ambientalizzazione completa degli stabilimenti e delle aree limitrofe e il monitoraggio costante di organi competenti e istituzioni richiedono realisticamente ben altri investimenti. Ognuno dei 5 altoforni altri circa 40 metri  ha una vita attiva di quindici anni, “funziona continuamente e il suo spegnimento può causare guasti potenzialmente irreparabili in caso di riattivazione, la quale comunque richiede agli 8 ai 15 mesi”. Va da sé che spegnere tutto, non solo a livello occupazionale, ma anche a tutela dell’ambiente, non è una soluzione plausibile. Per ora le soluzioni proposte sono ancora vaghe: il Ministero ha inviato una squadra di tecnici in loco per conoscere le reali dinamiche dell’acciaieria: finora nessuno si era posto il problema. Ad oggi, le soluzioni ipotizzate non possono essere definite nuove né avvenieristiche,  come la discussa idea di coprire con il gel i parchi minerali, tecnica già utilizzata in passato e quindi – se questi sono i risultati – fallimentare.

Un passo avanti, uno indietro: funziona così. Solo alcuni mesi fa il sindaco Ippazio Stefano rilasciava queste dichiarazioni: «Mi complimento per gli sforzi e i risultati ottenuti da Ilva. Attraverso i recenti dati che ci giungono dalle Asl territoriali, emergono dati confortanti in relazione alle malattie più gravi; patologie che non risultano essere in aumento, anche in grazie al miglioramento dell’ambiente e della qualità dell’aria.  Sempre dal rapporto, si evidenziano numeri relativi all’occupazione che mi fanno molto piacere. Spero quindi che si possa continuare sulla strada già intrapresa, con il rispetto dei lavoratori, l’attenzione all’ambiente e la tutela del lavoro stesso».

Che la qualità dell’aria fosse migliorata senza alcun intervento determinante risulta difficile da immaginare, soprattutto dopo aver visto – grazie al potente lavoro condivisione portato avanti sui social network – i video girati direttamente nelle case dei tarantini, dove qualche giorno di vento basta a ricoprire letteralmente gli arredamenti della polvere maledetta di “minerale”. Ormai a  Taranto, l’inquinamento fa parte della vita quotidiana: gli abitanti spazzano con rassegnazione i balconi dal minerale e dalla fuliggine delle ciminiere che ottura le grondaie.

Quando è stato vietato il pascolo in un raggio di 20 km dagli stabilimenti, gli allevatori hanno dovuto abbattere circa tremila capi di bestiame che avevano livelli di diossina troppo alti, perdendo il lavoro e gli investimenti di una vita. L’allevamento delle cozze, per cui la città è rinomata in tutto il mondo, ha subito una grave scossa da quando è stata provata la pericolosa composizione delle acque dei seni vicini agli impianti. Stando ai dati diffusi già nel 2005, l’Ilva riversa nella zona di taranto quasi il 9% di tutta la diossina presente in Europa. Secondo le cifre fornite recentemente dal Governo, il tasso di decessi per cancro nella zona è superiore del 15% alla media nazionale, del 30% se si fa riferimento al cancro al polmone.

Il «disastro ambientale» che ha portato al decreto di sequestro preventivo degli impianti a caldo emesso dal Gip Patrizia Todisco il 25 luglio scorso è, secondo l’ Istituto di fisiologia clinica del Cnr,  «frutto di decenni di inquinamento». Le perizie commissionate dalla procura di Taranto hanno quantificato, nei sette anni considerati, un totale di 11.550 morti, con una media di 1.650 morti all’anno, soprattutto per cause cardiovascolari e respiratorie, e un totale di 26.999 ricoveri, con una media di 3.857. Secondo i periti la situazione sanitaria a Taranto è tanto critica da essere considerata  unica in Italia. Lo Stato, per essere credibile, dovrebbe a questo punto prevedere un’indagine accurata sui danni subiti dai cittadini e un risarcimento alle vittime, anche esso a spese dei Riva, non dei contribuenti.

E’ il modello economico di Taranto che deve liberarsi dalla schiavitù della diossina e sono i tarantini per primi a dover investire in alternative che esistono, ma che finora non sono state valorizzate, per trasformarle in fonti di ricchezza. Basti pensare al turismo, che in tante aree della Puglia è così florido, mentre qui attraversa una fase di paralisi. Con lo sguardo al mare, fra imbarcazioni, tradizioni, odore di pesce e paranze, l’unica cosa che un turista riesce ad immaginare è come potrebbe essere quel paesaggio senza le nubi di fumo inquietanti che infettano l’ aria a tutte le ore. Si assaggia l’ottimo pesce e i frutti della terra baciati dal sole, e l’unico pensiero che turba è perché mai l’ Ilva debba minacciare tutto questo. Perchè Taranto, invece di crescere producendo, debba sacrificarsi per produrre. E’ un controsenso parlare di crescita economica, se tutto intorno muore.

Non è pensabile che il nostro Paese sia privo di un polo siderurgico – l’Ilva di Taranto è la più grande acciaieria d’Europa, da sola produce un terzo dei 28 milioni di tonnellate italiane di acciaio –  ma è altrettanto inaccettabile che una città debba essere sommersa dall’ inquinamento per garantire lo sviluppo industriale di uno stato intero.

Vendita di pesce a Taranto, durante la manifestazione L'Isola che vogliamo. Foto di Arianna Fraccon

Perché chiunque vada a Taranto se ne innamora? Non certo per l’ Ilva. Perché i giovani tarantini dovrebbero essere incoraggiati a restare? Non certo per l’Ilva.

«Taranto e l’ Ilva insieme», recitavano alcuni volantini affissi in passato dai sostenitori dell’acciaieria sui muri degli stabilimenti, «davvero non si può?».  Finchè l’ Italia tutta non adotterà una politica industriale in grado di prevedere le conseguenze ed evitare sempre nuove emergenze, sembra molto difficile immaginare una convivenza produttiva non dannosa fra ambiente e industria.

Su tutto il territorio nazionale sono numerose le aree per cui si rende necessaria un’opera di bonifica, ben 57 di esse sono state classificate come Siti d’Interesse Nazionale (SIN) e, secondo l’allarme lanciato da Greenpeace esse coprono il 3 per cento del territorio nazionale: 1.800 chilometri quadrati di aree marine, lagunari e lacustri – il doppio della Laguna di Venezia e del Lago di Garda messi insieme – e 5.500 chilometri quadrati di aree terrestri – per estensione più della somma delle province di Milano, Pavia e Lodi – .  Situazioni di emergenza note al Ministero dell’ Ambiente già dagli  anni ’50 e ’60 e abbandonate  a sé stesse  per inerzia o a fronte di occasioni di lucro più immediate di eventuali virtuosi recuperi.

Le pagine di Lavoce.info ricordano in questi giorni di dibattito su Ilva e Sulcis, alcuni dati che vanno giustamente posti in evidenza. «Secondo l’Istituto Superiore di Sanità in otto anni, dal 1995 al 2002, l’inquinamento ambientale potrebbe aver contribuito alla morte precoce di circa 10mila persone. Ci sono inoltre 5 milioni e mezzo di italiani – poco meno di un decimo della popolazione – che, per il fatto di vivere in un determinato luogo, hanno acquisito una probabilità di morire più alta degli altri».

Invece di continuare a promuovere uno stagnante dibattito a colpi di esclusione fra lavoro e salute, e con esso una cultura dell’ ignoranza retrograda e improduttiva, è il momento di promuovere nuovi modelli economici. Opere di bonifica e salvaguardia ambientale sono strettamente necessarie, a Taranto come altrove.  Se si tiene conto del valore del territorio, apparirà altrettanto ovvio che recuperare e finalmente valorizzare tale risorsa è una valida alternativa economica per incoraggiare la  ricerca, le eccellenze, e creare occupazione, creando un modello economico sostenibile da ricchezze esistenti.

Arianna Fraccon

 

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