Licenziamenti: il mercato può essere elastico senza uccidere i lavoratori

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Marco Biagi

Roma – Il licenziamento facile che consentirebbe alle imprese di scindere con un lavoratore il contratto a tempo indeterminato per ragioni economiche, fa tornare in mente l’Italia di 10 anni  fa. Il proposito elencato nella lettera d’intenti che Silvio Berlusconi ha presentato alla Ue, infatti, ridisegna i contorni del Paese ai tempi della riforma Marco Biagi.

Ieri – Era il 2003 e lo scopo principale alla base della legge era introdurre forme di rapporto lavorativo maturo che potessero favorire le assunzioni con i contratti a progetto: reclutamenti assimilabili a quelli dipendenti nelle mensilità, più flessibili ed autonome nel rapporto con il datore.

L’idea non era sbagliata, tanto più che il CO.CO.PRO doveva sostiuire le vituperate collaborazioni coordinate e continuative (CO.CO.CO.): contrattualità capestro grazie alle quali un datore di lavoro aveva, di fatto, l’opportunità di assumere con forme di rapporto parasubordinato, prive di tutela per il lavoratore e a scapito di chi era assunto con contrattualità regolare.

Sappiamo come andò a finire: anche i CO.CO.PRO. vennero abusati, diventando profili professionali subordianti a tutti gli effetti ma non dichiarati e dunque senza sistemi contributivi, accordi salariali minimi, ammortizzatori e riconoscimenti sociali. Se non la precarietà tout court, nel migliore dei casi e la disoccupazione nei peggiori, status attuale in un che ha colpisce l’8,5% della popolazione nel 2010 (2,5 punti percentuale in più rispetto al 2007). Cifra che sale al 27,6% del 2011 per i giovani compresi tra i 15-25 anni. (Fonte: IlSole24Ore, rapporto OCSE di settembre).

Di chi la colpa? Di tutti tranne che di Biagi, il quale oltre alla buona volontà ci rimise pure la vita, liquidato dal terrorismo rosso nel 2002.

In realtà le responsabilità furono molteplici: imprenditori miopi, società consulenti a caccia di speculazioni, sindacati inamovibili in difese del lavoro novecentesche e soprattutto uno Stato che mancò prima di vigilare sull’incolumità del giurislavorista e poi su un decennio di abusi.

Oggi – Ora, visto il fallimento dei rapporti a tempo determianto, sembra di essere tornati al punto di partenza, o meglio al punto di 10 anni fa: come si fa a rilanciare lo sviluppo attraverso un mercato più elastico? Come si fa a costurire la flexy-security, mantra aziendale del nuovo millennio secondo cui un’impresa deve potersi liberare del personale quando vuole, senza che questo si trasformi in forme di violenza sociale perpetua ed impunita?

Verrebbe da rispondere punendola, tanto per cominciare. L’idea che lo Stato debba mettersi da parte per liberalizzare il mercato è corretta finché non si trasfoma in omertosa cecità.

Il mercato non sa autogestirsi, come pure la Finanza, questo ormai è chiaro. Tanto più se mancano delle regole certe che li ordinino, anche questo è dato piuttosto acquisito. A maggior ragione in Italia, dove per DNA non siamo predisposti a fare a meno dello Stato, (ma dovremmo almeno cominciare a non considerarlo più gentil prestatore di posto a vita).

Quindi il licenzimento può diventare un’occasione di assunzione solo se accanto alle imprese – come soggetto di discussione – c’è anche il dipendente inteso come potenziale e non come ex ovvero come risorsa da riconvertire professionalmente e non come elemento da eliminare. E la differenza di prospettiva non è affatto scontata.

L’Europa insegna – In Danimarca (modello tanto amato dalle sinistre) le imprese licenziano in 3 giorni e senza che vi siano possibilità di ricorso in giudizio. Di contro, contributi e retribuzioni sono altissime e l’ex dipendente può accedere ai sussidi statali fino a 3 anni con una copertura che può arrivare al 90% di quanto percepito nell’ultimo stipendio. A due condizioni: seguire dei corsi di formazione professionale e accettare il primo impiego che si rende disponibile.

In Francia, il licenziamento per ragioni econimiche è possibile ma il datore di lavoro deve garantire ai dipendenti possibilità di riqualificazione e corsi di aggiornamento, oltre ad un piano sociale per le aziende con più di 50 dipendenti.

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impresalavoro.eu

In Germania, dove il licenziamento per motivi economici è vincolato dall’età e dalle condizioni di vita del dipendente, egli può rivolgersi alla giustizia se ritiene l’allontanamento immotivato. Se essa lo accerta, il datore ha il dovere o di reintegrare il lavoratore o pagargli un’indennità che va dalle 12 ai 18 mensilità se non lo può riprendere. E la giustizia tedesca non ha i tempi biblici di quella italiana.

Italia – Direbbe Barak Obama: yes, we can. Anche noi possiamo osare un’innovazione del lavoro seria ed equilibrata. A patto, però, che parti sociali, Confindustria e Governo medino insieme senza divieti, accuse, minacce, scioperi preventivi sulla sfiducia e altre amenità simili. In caso contrario già si sa cosa accadrà, con o senza riforma. Sarà un fallimento. E porterà tutti con sé.

Chantal Cresta

Foto || ilsole24ore.it; impresalavoro.eu; ilfattoquotidiano.it

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