Libri e detrazioni fiscali: Decreto (non) Destinazione Italia

Libri e detrazioni fiscali: l'ennesima bufala del governo Letta nei confronti dell'intelligenza del popolo italiano?

Libri (www.liceopaleocapa.it)

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Roma – Presentato quasi come un bel pacco regalo, il Decreto Destinazione Italia, che inaugurava il suo iter lo scorso 23 dicembre, aveva messo di buon umore più di qualcuno: merito delle parole chiave opportunamente selezionate nel comunicato stampa del Governo, tra le quali spiccavano detrazioni, incentivi, riduzione dei costi, competitività e attrattiva per l’investimento estero. Una delle sue misure è stata accolta con particolare interesse, quella che parlava di libri e detrazioni fiscali. La previsione era, infatti, di una detrazione fiscale pari al 19 percento da applicare agli acquisti editoriali. Passate le vacanze natalizie però, fermi in attesa di conoscere non solo i decreti attuativi che dovrebbero regolare e disciplinare la normativa del Decreto Destinazione Italia, ma anche a rimuginare su tutti gli interrogativi di chi, nel frattempo, ha avuto modo di studiarsi il Decreto, si ha sempre di più l’impressione che quel corpo dispositivo così ben accolto a dicembre, possa rivelarsi l’ennesima offesa all’intelligenza degli italiani, che si vedono servita su un piatto d’argento un’ulteriore buona ragione per rinsaldare la propria ormai endemica propensione alla sfiducia.

DECRETO DESTINAZIONE ITALIA: PIÙ LIBRI PER TUTTI? - Partendo proprio dalle misure rivolte alle detrazioni per gli acquisti editoriali ad esempio, quel che piaceva molto del Decreto Destinazione Italia, era l’intenzione di intervenire su di un contesto fortemente disaffezionato alla lettura, restando l’Italia il paese con l’indice di partecipazione culturale tra i più deboli d’Europa, cui si somma un’attenzione pubblica ai prodotti e alle risorse culturali tra le più basse del mondo. D’altra parte, che lo stesso investimento pubblico nel settore si sia vorticosamente ridotto negli ultimi anni, è un dato conclamato da tempo. Il decreto del Governo Letta dunque, sembrava supporre una prima inversione di tendenza, intervenendo sulla definizione della domanda e dell’offerta del bene libro, riconoscendo a chiunque ne acquisti, la possibilità di detrarne la spesa, seppure entro il limite dei 2.000 euro annuali (di cui 1.000 euro per i libri scolastici e 1.000 euro per tutte le altre pubblicazioni). Benissimo. Come?

CHIAREZZA: ‘IN-DOLE ITALIANA’ - È proprio questo il nodo cruciale del Decreto: non si sa. Perché non c’è alcun provvedimento a dettare le modalità attuative del Decreto Destinazione Italia: per cui non vi è uno scontrino che leghi il codice isbn della pubblicazione ai dati fiscali dell’acquirente e, parimenti, non vi è nemmeno certezza che possa bastare una normale fattura emessa dal rivenditore. Nel frattempo però, mentre si rovistava nella normativa per cercare una modalità interpretativa, si sono evidenziate almeno un paio di osservazioni pertinenti: la prima deriva dalla scelta del legislatore di  escludere dall’ambito di applicazione della norma in questione l’intera categoria degli e-book, condizione che rende opportuno domandarsi se, più che ad una misura salva libro, inteso come prodotto di natura culturale, non si sia di fronte ad una tutela salva carta…In secondo luogo, non si può dimenticare che, per queste detrazioni sui libri, il Governo ha previsto un fondo massimo di 50 milioni di euro su 3 anni (2014 – 2016), un importo che, proporzionato alla spesa nazionale annuale, pari a 3 miliardi di euro, non sono che un bruscolino discutibile. Entrambe le questioni sottolineano non solo due dubbi giustificati ma ribadiscono la tendenza, ultimamente diffusa, a presentare in pompa magna strategie che poi non sono altro che vergognosi specchietti per le allodole. Di quelli che hanno negli anni diseducato l’opinione pubblica, insegnandole il senso profondo della sfiducia e facendole perdere per contro il valore necessario della partecipazione.

ALMENO SULL’EQUAZIONE ‘DECRETO-ALLODOLE’, SONO GIÀ TUTTI D’ACCORDO – Quel che è assodato dell’intera faccenda Destinazione Italia, resta dunque la propensione generale del cittadino italiano a considerare la mossa del Governo come un’ennesima, probabile, bufala. Dai libri al pacchetto energetico, dall’ANIA a Confindustria, Rete Imprese Italia e all’ordine dei consulenti del lavoro infatti, piovono una miriade di appunti e domande giustificatissime, sollevate, ognuna, dalla propria categoria di interesse ed appartenenza, pareri e interpelli che, proprio in virtù della loro settorialità, arrecheranno non pochi fastidi alla stesura di una normativa attuativa che già di per sé, nelle usuali tempistiche italiane, non si caratterizza certo per la celerità di confezionamento.

DESTINAZIONE ITALIA? – Insomma, Destinazione Italia resta tuttora lunga e tortuosa, vaga e incerta; l’unica certezza che non ci abbandona mai è quella di vedere il nostro settore culturale sempre più provato, palleggiato da un modus operandi costantemente deludente, la cui opinabilità resta purtroppo l’unica certezza gestionale a disposizione. Nel generale ambito di tale frustrazione poi, vale la pena ricordarsi, come sottolinea anche un recente articolo del Sole 24 Ore, che l’industria culturale e creativa in Italia produce il 5,4 percento del Pil, pari a 75,5 miliardi, e dà lavoro a 1,4 milioni di occupati. Nonostante tali valori, dispiace constatare però che il settore culturale italiano resta l’ultima ruota di ogni carro di interesse, nonostante rappresenti un reale misuratore per la qualità spirituale di un paese. Questo modo di pensare è il vero fondamentale cancro del settore culturale, che insegna a chi lo domina a non pagarne i collaboratori, a screditarne il lavoro e a mortificare il valore delle idee artistico-culturali, proprio in virtù di questa enorme, consacrata, trascuratezza istituzionale.

Valentina Malgieri

 

 

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