Libri al rogo – Rumore Bianco di Don DeLillo

Rumore Bianco Abbiamo già avuto modo di “bruciare” molti romanzi di successo di autori americani contemporanei. Dopo aver stroncato il caotico Glamorama di Bret Easton Ellis e aver criticato la noiosa Trilogia di New York di Paul Auster, oggi accendiamo uno scoppiettante caminetto natalizio con un altro caposaldo della letteratura americana degli ultimi due decenni: Rumore Bianco di Don DeLillo.

Perfetto esempio di letteratura postmoderna, Rumore Bianco è considerato uno dei massimi capolavori di De Lillo, oltre che il romanzo che lo ha fatto conoscere al grande pubblico. La prestigiosa rivista Time lo ha addirittura inserito nella lista dei 100 migliori romanzi scritti in lingua inglese dal 1923 al 2005. Secondo noi invece Rumore Bianco è un romanzo ampiamente sopravvalutato, generalmente noioso e troppo cervellotico. Ma veniamo alla trama.

Jack Gladney è il prototipo dell’americano appartenente alla media borghesia. Professore di studi hitleriani (malgrado non sappia una parola di tedesco) in un college del Midwest, vive con la quarta moglie Babette assieme ad una ciurma di figli e figliastri, generati dagli innumerevoli matrimoni precedenti della coppia. La prima parte del romanzo è una prolungata satira della borghesia americana che trascorre il suo tempo al supermercato (un moderno luogo di incontri) e vive nella costante angoscia generata da paure irrazionali e nocive. In particolare, Jack e Babette sono ossessionati dall’idea della morte. Altra figura rilevante in questa prima parte di romanzo è Murray, professore collega di Jack, compagno di inutili e cervellotiche discussioni filosofiche tra gli scaffali del supermercato.

Nella seconda parte del romanzo il protagonista diventa una nube tossica, sprigionatasi in seguito a un incidente ferroviario. Gli abitanti della zona vengono fatti evacuare, e tra loro anche Jack e la sua famiglia. Dopo un centinaio di pagine, l’allarme rientra e tutto torna alla normalità. Nella terza parte Jack scopre che Babette lo tradisce al fine di ottenere il Dylar, un farmaco sperimentale in grado di azzerare la paura della morte. Jack indagherà per scoprire la verità riguardo a questo nuovo farmaco e arriverà allo scontro finale con Willie Mink, l’uomo responsabile del tradimento di sua moglie.

Don DeLillo (foto via: nndb.com)

Un romanzo lungo, infarcito di cervellotica filosofia post modernista, contenente una malriuscita, confusa e iperbolica satira della borghesia americana e del prototipo della famiglia borghese modello. Una trama che si sviluppa lenta e stanca con un continuo susseguirsi di momenti di tensione che non sfociano mai in un turning point e che di conseguenza afflosciano una storia sulla carta originale ma sviluppata con confusione e con poco senso. La sensazione è che DeLillo abbia voluto strafare, come dimostrato dai numerosi e allucinanti dialoghi tra i personaggi, sempre in biblico tra l’esistenzialismo ed il grottesco: il risultato è un senso di straniamento, di lontananza dalla società descritta nel libro e un’impossibilità nel riconoscersi nei personaggi, che vivono in una dimensione lontana dalla realtà quotidiana, persi in autentiche seghe mentali inutili e a tratti boriose.

DeLillo ha pubblicato episodi di grande letteratura, come Americana o Underworld, ma con Rumore Bianco ha partorito un romanzo privo di mordente, la cui lettura può essere terminata solo spinti dalla curiosità di sapere se ci sarà un colpo di scena. La tanto sospirata svolta finale arriva, ma lascia solo delusione e perplessità.

Cerebrale, confuso, eccessivamente filosofeggiante, presuntuoso. Una quantità infinita di tematiche e motivi quali il consumismo, il ruolo dei media nella società, la violenza, l’abuso di farmaci, la disintegrazione e i problemi del nucleo famigliare nel mondo contemporaneo, l’ipocondria, le cospirazioni, e in generale le masturbazioni mentali di una classe borghese rincretinita e paranoica. Troppa carne al fuoco in un romanzo potenzialmente buono, ma supponente, che nonostante le lodi ed il successo, ci sentiamo di stroncare senza troppi dubbi.

Alberto Staiz

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