Libri al rogo

Chiedi alla polvere è universalmente considerato il capolavoro di John Fante, conclusione della trilogia cui appartengono La strada per Los Angeles e Aspetta primavera, Bandini saga semiautobiografica che racconta le vicissitudini di Arturo Bandini e del suo travagliato percorso verso la “professione” di scrittore.

«Così l’ho intitolato Chiedi alla polvere, perché in quelle strade c’è la polvere dell’Est e del Middle West, ed è una polvere da cui non cresce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo, la furia cieca di un popolo perso e senza speranza alle prese con la ricerca affannosa di una pace che non potrà mai raggiungere. E c’è una ragazza ingannata dall’idea che felici fossero quelli che si affannavano, e voleva essere dei loro» scrive fante nel prologo alla sua opera più celebrata, delineando a perfezione la realtà narrata nelle pagine seguenti.

Ma Bandini, a ben guardare, non convince: il disincanto e il realismo che potrebbero essere – e da molti sono considerati – i punti di forza della narrazione di Fante risultano stucchevoli, a volte addirittura forzati, spingendo per trasformare Bandini da un lato in una sorta di antieroe, dall’altro esattamente il contrario, cioè un vero e proprio eroe.

Questo dualismo, che dovrebbe esprimere la continua lotta interiore che consuma il protagonista, si esprime in una serie di situazioni che delineano la tempra morale dello stesso, tempra morale che sembra, messa a confronto con altri “eroi” della letteratura americana del Novecento, del tutto inesistente.

Per lunghe pagine Bandini non fa che auto commiserare se stesso e la propria incapacità di agire, dove l’azione è

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John Fante in una versione un po' meno "macho", diversa dalle sue foto a cui siamo abituati

rappresentata fondamentalmente dallo scrivere una storia e dal consumare un rapporto sessuale con Camilla Lopez, l’avvenente cameriera messicana che ha la meglio su di lui sul piano fisico/animalesco, ma che risulta del tutto vuota – nonché innamorata di un uomo pessimo –  tanto vuota da perdersi nella stessa polvere descritta da Fante nel prologo.

Dopo una lunga serie di notti insonni, chili di arance – l’unico cibo che l’eternamente al verde Bandini può permettersi – quintali di desiderio sessuale represso e una sequela impressionante i episodi quasi surreali a cui la letteratura americana ci ha ormai abituati, Bandini riesce – alla fine – a scrivere il suo libro, dedicato proprio alla bella Camilla.

La sensazione è che il libro esca dalla penna di Bandini per puro caso, quasi per un colpo di fortuna andato a premiare un giovane testardo a volte inconsistente e troppo lontano da figure ben più complesse che altri scrittori hanno saputo creare e catapultare nelle strade polverose non solo della California, ma di tutto il mondo.

Sul lessico e lo stile di Fante fior di letterati e semplici ammiratori si sono sperticati in lodi, eppure non sembra nulla di eccezionale, anzi: a tratti il racconto sembra incepparsi, girare a vuoto, non giungere a nulla, condurre il lettore semplicemente in una serie di virtuosistici arrovellamenti, la teoria delle paranoie e dei complessi di un antieroe che, in realtà, non potrebbe nemmeno definirsi tale.

Insomma, a parere di chi scrive, un libro assolutamente da rogo, se non altro perché priva gli scaffali dello spazio che potrebbe essere delicato a storie raccontate in modo molto migliore.

Francesca Penza

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