Libri al rogo

Quarto appuntamento con la rubrica mensile di stroncature letterarie di Wakeupnews. Questo mese (ancora dal tempo incerto e dai frequenti freddi temporali) accendiamo il caminetto con I Misteri di Pittsburgh, romanzo d’esordio dello scrittore statunitense Michael Chabon, all’epoca venticinquenne. Una storia piatta e scopiazzata qua e là da molti di quelli che probabilmente erano gli scrittori preferiti di Chabon.

Il libro si presenta immediatamente come una sorta di romanzo di formazione in chiave moderna: Art Bechstein è il tranquillo figlio di un mezzo gangster ebreo di Pittsburgh, coinvolto in traffici illeciti poco chiari. Appena diplomato al college, Art si appresta a vivere la sua ultima estate da studente, prima di tuffarsi nella adulta vita lavorativa. A fargli compagnia durante questa “ultima” estate ci sarà un ciurma di bizzarri nuovi amici: Arthur Lecomte, gay dichiarato, fighetto e belloccio; il suo amico Cleveland Arning, un biker intellettuale, mezzo teppista e mezzo filosofo; e Phlox Lombardi, giovane insicura ex punk con la quale Art inizierà una relazione. Il gruppo di amici passerà il tempo tra numerose scorribande, nelle quali Art si renderà conto di essere attratto da Arthur e scoprirà la verità sul padre, in un susseguirsi di colpi scena scontati e fiacchi.

Un romanzo inconcludente e molto zoppicante, soprattutto nella seconda parte. Ambigui i personaggi (non solo sessualmente) e situazioni poco realistiche e molto surreali sono protagoniste di un romanzo d’esordio che riscosse un grandissimo ed immediato successo. Il romanzo fu infatti scritto quando Chabon frequentava l’università e il manoscritto fu inviato a sua insaputa dal suo professore di scrittura creativa ad un agente suo amico: Chabon ottenne un ricco anticipo sulla pubblicazione, segno che gli editori riconobbero ne I Misteri di Pittsburgh un potenziale grande successo. E così fu, a dispetto della pochezza di un romanzo che molti sarebbero in grado di scrivere.

Michael Chabon in versione demoniaca

Art Bechstein è chiaramente ispirato a Holden Caulfield: un Holden modernizzato che ha però perso gran parte del suo fascino e della sua ironia. Gli altri personaggi sono estremamente stereotipati, con un approfondimento psicologico degno di un alunno delle scuole elementari. Altro punto a sfavore del romanzo è la presenza di troppi temi: la gioventù, la sessualità, la famiglia, il futuro, le emozioni, e così via. Tutti argomenti toccati, ma poco approfonditi. Troppa carne al fuoco che risulta poco cotta e insipida. L’emblema della dispersività di questo romanzo è il tema del rapporto padre è figlio, trattato in maniera veramente superficiale, considerando soprattutto le attitudini malavitose del padre di Art, fumose e poco analizzate e di cui il protagonista suo figlio conosce poco o nulla.

Infine da segnalare la conclusione del romanzo, fiacca e confusa. Unica nota positiva è la buona prosa, che costituisce l’unico stimolo a proseguire la lettura ed elemento che fa intravedere le capacità di uno scrittore che scriverà cose buone, ma soltanto anni dopo con i successivi romanzi.

Una lettura da evitare come la peste. Romanzi d’esordio con i cosiddetti ne sono stati scritti negli anni ’80: Le mille luci di New York di Jay McInerney o Meno di Zero di Bret Easton Ellis, tanto per citare un paio di esempi. Lasciate che I Misteri di Pittsburgh rimangano, senza mistero, invenduti sullo scaffale della libreria.

E poi questi “Misteri” quali sarebbero? Forse l’unico mistero è che uno romanzo d’esordio del genere sia stato pubblicato…

Alberto Staiz

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