Libri al rogo

La copertina capovolta, simbolo del 'pollice verso' letterario di WakeUp

Chi diffida di quegli strumenti eccezionali ed insidiosi che possono essere le fascette editoriali, dove un singolo commento entusiastico diventa generale paradigma d’apprezzamento dell’intero contenuto del volume che l’esile striscia di carta va ad abbracciare, tanto più è messo in allarme quando sulla stessa copertina del libro compare una frase che pare assicurare al lettore in cerca di emozioni: «Questo libro non ti deluderà». E’ il caso dell’edizione italiana (Mondadori 2004, poi in successive ristampe anche in collane o versioni cosiddette economiche) di La sombra del viento dello spagnolo Carlos Ruiz Zafòn, che si fregia dello slogan «Il romanzo spagnolo che ha stregato i lettori di tutto il mondo».

Tecnicamente non è errato, perché l’opera narrativa di Zafòn – risalente al 2001 in lingua originale e nel giro di pochi anni tradotta in moltissime lingue (ed altrettanto venduta) – ha davvero grazie al passaparola ottenuto un grande successo, affascinando un alto numero di lettori, ma la stessa affermazione velatamente esprime un giudizio di qualità che, personalmente, non ci si sente di condividere. Al contrario, anzi, L’ombra del vento ci appare come l’esempio di una letteratura di mediocre qualità e pessimo spessore, un prodotto furbescamente confezionato facendo leva su alcuni elementi d’impatto – mistero, sentimento, intrigo, suspance – che tanto scadono nella banalità e nel retorico clichè se non sostenuti da una sostanza forte e indispensabile: l’originalità e l’abilità di non scivolare come l’acqua su una superficie liscia.

Non che non sia, a modo suo, ben scritto e con sapienza dotato di una trama in grado di catturare la curiosità. La storia di Daniel Sempere, bimbo undicenne figlio di un libraio antiquario nella Barcellona dell’immediato dopoguerra e poi adolescente e uomo nella stessa città catalana durante tutto il periodo del franchismo, nasce nel più affascinante dei modi. Chi, tra coloro che un minimo amino i libri, non resterebbe rapito dal Cimitero dei Libri Dimenticati e non proverebbe un sussulto quando il protagonista – un po’ come Bastian nella Storia Infinita – si trova ad entrare in possesso di un misterioso volume che ha lo stesso identico titolo di quello che si sta concretamente tenendo in mano (L’ombra del vento, appunto)? Ma se Michael Ende ha poi saputo dar vita ad un magistrale fantasy divenuto ormai classico, ricco di inedite trovate, Zafòn sembra sempre più scendere nel prevedibile e nel già letto.

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Il romanzo mantiene un discreto e convincente climax ascendente di tensione e coinvolgimento per tutto il tempo in cui l’intrigo si va costruendo – mentre Daniel legge il libro e ne conosce il misterioso autore (Julian Carax) destinato a diventare quasi suo alter ego per il parallelismo delle loro esistenze, quando realizza che la copia in suo possesso e l’ultima esistente perché un misterioso individuo (Laìn Coubert) ne va a caccia per bruciarli, nelle fasi in cui la storia si intreccia coinvolgendo soggetti che hanno nella vita del protagonista un ruolo pedagogico di guida (Fermin Romero De Torres) oppure di violento antagonismo (Javier Fumero),  – ma poi sembra che i nodi vengano al pettine e, man mano che si va verso la conclusione del fitto intrigo che coinvolge un numero non indifferente di personaggi (Clara Barcelò, Beatriz e Tomàs Aguilar, Ricardo Ayala, Jorge e Penelope Ayala, Miquel Molinere, Nuria Monfort) ecco che affiorano tutte le debolezze del romanzo.

Carlos Ruiz Zafòn, scherzosamente 'agghindato' per l'occasione

Personaggi con poca o nulla sostanza, situazioni da romanzo d’appendice ottocentesco scontate e dall’ancor più scontato finale, sopra di tutte le relazioni amorose ostacolate e concluse in tragedia o ancor peggio in un mieloso happy ending in cui tutti «vissero felici e contenti», tranne il povero lettore che giustamente si aspettava un epilogo tanto coinvolgente quanto il prologo. Non si ‘condanna’ Zafon per il ricorso a motivi clichè come la basilari dicotomie tra bene/male, verità/menzogna, amore/odio, amicizia/ostilità, ma per l’averli resi fini a se stessi, incapaci di andare oltre la loro semplicità e incarnare messaggi più profondi e universali, in grado di oltrepassare la banalità della patina di superficie.

Troppo ‘facile’ e politically correct anche il ricorso ad un fondale storico importante e identificativo per la Spagna come gli anni della dittatura franchista, affrescato però – lo si coglie senza essere professionisti in questo settore di studi – per luoghi comuni, per immagini prese da un sussidiario di scuola elementare o media, non certo con la prospettiva profonda che trasuda (per citarne uno tra i grandi) dalle opere di Charles Dickens.

Gli ingredienti che lo scrittore ha scelto dagli scaffali del grande ipermercato dei generi letterari sono vari e – qui ha ragione certa critica e la grande massa dei lettori medi – dall’alto potere avvincente (thriller e noir, romanzo rosa e sentimentale, romanzo storico), ma è innegabile che l’aspetto giallo e ‘poliziesco’ sia quello prevalente, ragion per cui era indispensabile per una buona riuscita una soluzione conclusiva che non fungesse semplicemente da fine, ma avesse una forza tale da reggere il peso e la responsabilità del peso delle aspettative. Un buon romanzo, ottimo talvolta, può avere delle pecche e dei punti non riusciti, ma non può essere un finale, anche quando, per assurdo, si svolge nello stesso luogo – che però ha perduto molto del suo fascino – in cui aveva preso avvio.

Dopo Glamorama di Bret Easton Ellis, ‘stroncato’ a gennaio, ecco quindi un altro romanzo aggiunto al rogo librario di WakeUpNews. A chi toccherà il mese prossimo?

Laura Dabbene 

 

Foto via:  ibs.it; omnicomprensivo.it

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3 Risponde a Libri al rogo

  1. avatar
    Franco 25/02/2012 a 18:20

    Probabilmente l’autore che considera “superficiale” un libro come “L’ombra del vento” è solito leggere i libri con superficialità, infatti C. R. Zafon è uno dei pochi scrittori che riesce a dare corpo ai suoi personaggi, portare i lettori quasi fisicamente nei luoghi dove si svolge la vicenda, dare la possibilità al lettore di partecipare alla storia che sta leggendo lasciando al lettore stesso l’interpretazione di alcuni avvenimenti, e poi seminare qua e la dei riferimenti e omaggi ad opere e artisti (scrittori, architetti, pittori, musicisti).
    Sempre restante il fatto che ad una persona questo modo di scrivere possa non piacere (non può piacere tutto) ed allora basterebbe dire questo e questa sarebbe stata una recensione più utile al lettore.
    Se tante persone hanno apprezzato Zafon (così come per tanti altri scrittori che hanno avuto un sucesso planetario) non è certamente per furberia dell’autore. Chi ama leggere i libri di solito non è uno stupido
    Un saluto

    Rispondi
  2. avatar
    Laura Dabbene 25/02/2012 a 21:06

    Ringrazio Franco per il commento schietto e sincero, che sono certa molti condivideranno considerato il “successo planetario” di Zafòn. Rispetto la sua opinione positiva sull’opera e mi permetto solo qualche precisazione in merito al mio articolo e alla mia, di opinione. Non mi sarebbe bastato dire che non mi piace il modo di scrivere di questo autore, perchè non è così semplice e riduttivo il motivo per cui non ho apprezzato il suo libro: ho riconosciuto al contrario che è in fondo ben scritto, e la lettura godibile in molti punti aggiungo qui, ma ciò non toglie che tutto l’impianto resti di una banalità sostanziale e la conclusione di una stucchevolezza per me indigesta. Sul dare corpo ai personaggi e trasportare il lettore fisicamente nei posti in cui si svolge la vicenda…bhe se Zafòn “è uno dei pochi scrittori che ci riesce”, mi chiedo allora che ci facciano ancora in giro di libri di Dostoevskij e – tra gli scrittori viventi – quelli che so di Roth, Murakami, Safran Foer (mi fermo ma l’elenco sarebbe lungo). Mi pare poi priva di qualunque fondamento e appiglio critico l’affermazione: “Se tante persone hanno apprezzato Zafon (così come per tanti altri scrittori che hanno avuto un successo planetario) non è certamente per furberia dell’autore” considerato soprattutto quante operazioni di marketing contino ormai più di qualsivoglia qualità contenutistica e come tutte le recensioni accreditate (parlo della maggior parte degli inserti culturali di grandi testate e affini) siano spesso pezzi prezzolati e inseriti in un business dove conta solo ‘pompare’ un libro (e più di frequente il suo editore). Nessuno ha mai detto poi che chi ama legere libri è uno stupido: stupido è chi, leggendo, crede che la migliore letteratura sia quella che si ottiene shakerando – come mi ha suggerito un amico libraio parlando del romanzo in questione – il libro Cuore, un po’ di David Copperfield e un Harmony. Riguardo l’accusa di superficialità forse sarà vero, ma quello era il livello di attenzione che – per me – L’ombra del vento meritava: avrò forse sbagliato ma non intendo rileggerlo per verificare. Ci sono ancora troppi Dostoevskij che non ho letto…

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  3. avatar
    Franco 26/02/2012 a 00:31

    Tra i pochi scrittori che intendevo ci sono infatti anche Roth, Murakami, Safran Foer e anche altri. Non credo che uno scrittore che curi un suo romanzo per cinque anni prima dell’uscita sia uno che faccia furberie… furberie le fa’ chi (dopo un libro di sucesso) ne produce uno all’anno… oppure le case editrici che sfruttano il suddetto sucesso pubblicano opere antecedenti spacciandole per nuove….

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