L’Isis, la polveriera Libia e gli errori dell’Occidente

Divenuta ormai di interesse internazionale, la crisi in Libia mostra gli errori commessi in passato dalle diplomazie internazionali. Ripeterli è pericoloso

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Lo Stato Islamico aumenta la pressione in Libia, già sotto il tiro delle milizie jihadiste (foto: ilmattino.it)

Ad un passo dall’esplosione definitiva, la crisi in Libia si avvia verso l’internazionalizzazione, con l’entrata in scena di attori regionali e internazionali. Il Paese, già fortemente frammentato e minacciato da più correnti jihadiste fin dal 2011, ora si ritrova a subire la pressione dello Stato Islamico, senza essere dotato tuttavia di una struttura statuale in grado di reagire alla minaccia. Il governo di Tobruk è sì difatti internazionalmente riconosciuto, ma manca di effettività sul territorio libico – creando così un netto conflitto tra il dato politico e quello giuridico – se non su una piccola porzione.

I RAID EGIZIANI – Un primo passo verso l’estensione del conflitto è  stato compiuto dall’Egitto, che in risposta alla brutale esecuzione di ventuno cristiani copti, ha avviato, analogamente a quanto fatto dalla Giordania la scorsa settimana, una serie di operazioni militari contro Isis. I bombardamenti, secondo quanto riportato dalle agenzie di stampa, hanno interessato campi di addestramento, luoghi di riunione e arsenali jihadisti, siti a Dirne, Sirte e Bengasi.  Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, circa sessanta sospetti jihaditi sarebbero rimasti uccisi, insieme a sette civili, tra i quali tre bambini e due donne. I raid sono stati preannunciati da un comunicato diramato da Il Cairo, nel quale il governo egiziano ha dichiarato che «la vendetta per il sangue degli egiziani [è] un diritto assoluto e sarà applicato», chiedendo inoltre  alla coalizione internazionale anti-Isis di intervenire anche su territorio libico.

LIBIA COFERMA DIVISIONE TRA TRIPOLI E TOBRUK – Costantemente divisi a livello politico, anche nei confronti dei raid egiziani i due governi libici hanno risposto in maniera diametralmente opposta. Alba libica, la coalizione che controlla Tripoli, ha diramato un appello per manifestare contro i «raid compiuti stamattina dal terrorista Abdel Fattah Al Sisi e la sua aviazione», condannando inoltre «l’aggressione illegittima contro Derna». Di opposto tenore le dichiarazioni rilasciate da Abdullah Al-Thani, premier del governo di Tobruk, che ha esplicitamente richiesto «alle potenze mondiali di stare a fianco della Libia e lanciare attacchi militari contro questi gruppi», che, secondo il governo riconosciuto dalla comunità internazionale, risiederebbero stabilmente a Tripoli e nelle vicinanze di Ben Jawad.

LA FRAMMENTAZIONE LIBICA  E L’INTERESSE EGIZIANO– Ridurre tuttavia la situazione libica ad un conflitto a due fazioni, l’una vicina all’occidente e l’altra alleata dall’Isis appare riduttivo.  L’Alba Libica è una galassia complessa, al cui interno si ritrovano la minoranza berbera, gruppi legati alla Fratellanza Islamica, partito messo fuorilegge nel vicino Egitto e da alcune fazioni islamiste radicali. Ed è sopratutto la Fratellanza ad essere l’obiettivo principale del premier egiziano Al Sisi, il cui impegno sembra più volto ad esportare una battaglia già vinta in Egitto, piuttosto che a porsi in opposizione all’Isis. Tra l’altro, ad oggi non vi sono certezze di un legame tra l’Alba e lo Stato Islamico, che sembra invece aver trovato terreno fertile a Derna, città situata sulla costa nord-orientale della Libia, in seguito all’adesione al gruppo islamista da parte di alcune cellule locali.

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L’Isis sembra aver trovato terreno fertile a Derna. Come si comporteranno ora gli altri attori impegnati nel contesto libico? (foto: ilmattino.it)

INTERVENTI CHE FANNO E DISFANNO – A margine di un possibile intervento internazionale e senza alcuna intenzione di avviare un’operazione nostalgica, appare lecito ricordare che la crisi libica è la diretta conseguenza dell’intervento militare occidentale avviato nel 2011, che portò alla caduta del regime di Gheddafi. È indubbio difatti che da quel momento in poi la Libia sia scivolata sempre più velocemente nel baratro della frammentazione tribale, conseguenza naturale in un Paese caratterizzato da forti complessità, totalmente ignorate da chi organizzò e sferrò l’attacco armato, presumibilmente “accecati” dal bisogno di avere un ruolo di primo piano nella ridefinizione delle aree di interesse economico ed energetico. Una musica che già aveva tristemente suonato nei Balcani tra il 1991 e il 1999, con le bombe prima e con la “gara dei riconoscimenti prematuri” poi.

NON USARE L’ISIS COME PARAVENTO – La paura, questa volta, è che la minaccia rappresentata dall’Isis, un problema senza dubbi concreto, venga utilizzato da alcuni attori internazionali come “paravento” per tutelare interessi peculiari, come si è fatto negli anni passati con violazioni dei diritti umani e armi chimiche (che, al contrario dell’Isis, non sono state trovate). Eventi più o meno recenti hanno dimostrato che la forza delle armi non assicura affatto la stabilità di un Paese, specialmente se, come la storia insegna, la strategia di “state-building” viene modulata attraverso alleanze di convenienza. Una linea che alcuni Paesi hanno ritenuto praticabile fintanto che la minaccia era lontana e le cui ripercussioni difficilmente si sarebbero sentite. Oggi la situazione è cambiata radicalmente e con essa deve mutare anche la strategia, o il prezzo degli errori diventerà insostenibile.

Carlo Perigli

@c_perigli

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