Libia, tra le fiamme il crollo di un altro rais

Tripoli – Mille morti, bombe che piovono senza sosta sulla folla, aerei da combattimento che lanciano attacchi contro i manifestanti, cecchini che sparano a raffica dagli edifici. È dramma in Libia, ma non importa. Per la prima volta dopo quarant’anni stiamo assistendo in diretta alla sconfessione pubblica del regime. Le autorità libiche hanno fatto di tutto per impedire che le informazioni su quanto sta accadendo in queste ore si diffondessero fuori dal Paese. Eppure, con l’aiuto di telefoni satellitari e social network, la notizia ha fatto il giro del mondo, dimostrando che Internet è anche uno strumento politico.

Finalmente, la Libia ha costretto il mondo a puntare gli occhi su di lei. Nel 1996, il regime di Muammar Gheddafi ha potuto uccidere 1.200 prigionieri in un solo giorno perché il mondo non ne sapeva nulla. Quindici anni dopo, non gode più della stessa impunità: il popolo ha trovato il coraggio e la volontà di ribellarsi al terrore e agli abusi di potere, pronto a rischiare la vita per amore della libertà e del futuro.

Prima il coinvolgimento nel Massacro di Monaco del Settembre 1972, quando due atleti israeliani vennero uccisi durante le Olimpiadi estive, poi la sparizione dell’imam sciita Musa al-Sadr nel 1978, e ancora l’attentato alla discoteca La Belle di Berlino nel 1986, il dirottamento del volo Pan Am 73 nel 1986 e l’esplosione di un aereo di linea americano in volo su Lockerbie nel 1988. A pagare il prezzo di tutti gli ‘errori di calcolo’ del loro leader è stato il popolo libico, e non solo con le sanzioni. Portare il passaporto verde ha reso i cittadini libici persone non gradite in molte parti del mondo.

Osservando la folla che si sta riversando nelle strade della Libia oggi, sembra paradossale che fosse stato proprio Gheddafi a istituire la jamahiriyya, lo Stato delle masse. Salito al potere nel 1969 con un colpo di Stato, nei primi quattro anni di governo il rais libico aveva tentato di riorganizzare il governo secondo le linee tracciate da Nasser in Egitto, centralizzando il potere, creando nuove strutture amministrative e dando vita a un’organizzazione di massa per mobilitare il sostegno popolare. Aveva creato comitati popolari da eleggere in tutti i villaggi, le scuole, le organizzazioni e le compagnie straniere. Poi aveva esteso questa idea su scala nazionale, fondando il Congresso Generale del Popolo. In nessun altro Paese arabo qualcuno aveva cercato di creare meccanismi che portassero la popolazione sotto il suo controllo amministrativo in questo modo, e nessuno si era spinto tanto oltre da combinare questo sforzo con l’incoraggiamento alla partecipazione popolare, fornito dai comitati.
Oggi la sfida più grande all’autorità di Gheddafi viene dalla regione  intorno a Bengasi,  privata da anni dei dividendi del petrolio, dei sobborghi di Tripoli e delle città più povere come Al-Baida, Derna, Ijdadia. La rivoluzione che ha spodestato Ben Ali, dimostra di essere contagiosa.

E mentre passa un’altra giornata di sangue, la rivoluzione segna una uova stazione della memoria di una generazione, un’ombra che non si cancellerà.

di Silvia Nosenzo

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