Libia e Tunisia: dopo la primavera araba è la volta dell’estate estremista

salafiti

Gruppo salafita vicino ad Al Qaeda (Libia)

Bene, adesso che succede? Ora che il dittatore brutto e cattivo, Muhammar Gheddafi, è stato linciato in modo molto civile, degno di un paese – la Libia – che dice di non vedere l’ora di diventare democratica, che accade? Quando l’attenzione benigna dei media si sarà spenta sugli inni di gioia dei libici e le reciproche pacche sulle spalle dei presidenti Sarkozy e Cameron – che le mani sugli accordi petroliferi una volta nostri, le hanno già messe da un pezzo  – come finisce? Male.

Nel migliori dei casi il Nord Africa finirà nelle mani dei radicali in stile Fratelli Mulsulmani d’Egitto, finti moderati con la barba corta e la sharia nel cuore, ammanicati con le tribù integraliste e nel peggiore, direttamente in queste ultime.

Libia – D’altronde non è un mistero: in Libia i gruppi che si defiscono vincitori sono i berberi della regione montuosa di Nafusa: tribù che predicano la reintroduzione del “vero Islam” e sulle quali la Nato si è ben guardata dal demandare operazioni di attacco contro Gheddafi. Chiedetelo a Sarkozy che mesi fa, per avere truppe di civili sul territorio, ha armato fino ai denti la popolazione di Bengasi, tentando di trasformare comuni cittadini in Rambo spietati. Erano i tempi in cui, in Libia, i resistenti venivano sbaragliati dalle truppe gheddaffiane ogni due per quattro. La confusione era ai massimi termini: i civili sparavano a casaccio e colpivano gli aerei Nato, questi capivano male e sterminavano i primi, le armi si disperdevano o andavano ad alimentare mercimoni illegali e ora i risultati li abbiamo sotto gli occhi.

In Libia sono tutti armati e tutti pronti a mantenere le proprie posizioni vere o presunte di leadership acquisite. Che si tratti di capetti di borgata in cittadelle nel deserto o di coloro che aspirano al comando del territorio, nessuno vuol cedere di un passo all’ex amico nella lotta contro il raìs, attuale nemico da eliminare nella corsa al potere e al petrolio. Perché Gheddafi sarà pure morto ma la sua lezione è viva nelle menti di chi vuol sostituire una dittatura laica con un’autarchia religiosa totalitaria: controllare i pozzi significa controllare la Libia e tutto ciò che le gravita intorno. E allora via con la guerra civile (parte seconda).

Così si capisce anche come, nell’aspirante democratica Libia, chi attualmente si sincera dell’ordine pubblico sono (nell’ordine): mercenari veterani dell’Afghanistan, milizie autonome irregolari e vari gruppi filoestremisti, qaedisti, salafiti, passando per altri non meglio definiti grumi di paraterrorismo. Senza contare le ansie della popolazione sudafricana dalla pelle nera, che risiedeva e lavorava in Libia, integrata nel “welfare petrolifero” di Gheddafi e che ora teme le squadracce della pulizia etnica.

Tusinia – Ma poi, di che ci si stupisce? Che altro può accadere quando regimi decennali di dittature (terribili ma almeno senza il seme del fondamentalismo) vengono scalzate dalla sera alla mattina? La democrazia?

In Tunisia si sono appena chiusi i seggi. Le prime elezioni nazionali che la storia tunisina ricordi. Bel momento. Peccato che tra i 64 partiti e le 1600 liste in campo, gli amici dell’estremismo abbiano già fatto il loro ingresso. Anzi, il gruppo politico-religioso di Ennahda – moderati (dicono) che vogliono un governo islamico e non condannano le azioni dei terroristi pur predendone le distanze (dicono) – è il super favorito. Il leader Rachid Ghannouchi, dal canto suo, è stato risoluto nell’affermare che se Ennahda dovesse sospettare la presenza di brogli si scatenerà l’insurrezione. Traduzione dal gergo civile della nuova Tunisia popolare: se Ennahda non stravince contro le sinistre popolar-moderate e laiche, la Tunisia si trasformerà in terra bruciata. Viva la libertà.

Sarà per questo che, appena oggi, quando Ghannouchi si è presentato con la figlia ai seggi per il voto è stato fischiato dalla popolazione con le stesse incitazioni che tempo fa i tunisini rivolgevano all’ex tiranno in fuga, Ben Alì: “Degage”, “Vattene”.

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Rachid Ghannouchi (Tunisia)

Ovest – L’Occidente è entusiasta della primavera araba: tutto ciò che vede di essa è il desposta che cade e altro non vuol notare. La Francia di Sarko, invece, ha l’occhio lungo e in Libia si è affrettata a siglare una serie di contratti in ognuno dei 4 settori della ricostruzione post guerra: energia, sanità, sicurezza ed infrastrutture (ivi compresi porti e telecomunicazioni). In effetti, il ministro della Difesa, Gerard Longuet, non ha lasciato fraintendimenti quando, giorni fa,  ha rilasciato a Le Monde la seguente dichiarazione: ‹‹I Paesi della coalizione cercheranno si adottare posizioni più bilaterali con la Libia. Ognuno cercherà di trarne vantaggio. Noi non saremo né gli ultimi né i più volgari […]››. Solo un consiglio all’alleato poco volgare: si sbrighi a trarre più vantaggi possibili, perché quando i radicali si saranno insediati, alzeranno il prezzo per la gentil cooperazione. Quanti barili di petrolio vogliamo scommettere?

Chantal Cresta

Foto || lettera43; italynews.it; gexplorer.net

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