Leggere il mondo

Roma – Dopo il nostro viaggio negli Stati Uniti oggi partiamo per un Paese lontano, che quasi tutti conoscono perché vi si è svolta una delle più discusse guerre del Novecento: il Vietnam e proprio da quel conflitto, raccontato da decine di storici e giornalisti, iniziamo il nostro percorso, facendoci guidare da Seymour Hersh, lo stesso che ha rivelato gli orrori del carcere di Abu Ghraib.

Per chi non lo sapesse Seymour Hersh è il giornalista che ha portato alla luce gli orrori di My Lai – reportage che gli valse il Premio Pulitzer nel 1970 – il massacro di donne, bambini e anziani che gli uomini della Compagnia Charlie – ironia della sorte il nomignolo che gli americani avevano dato ai vietcong – della 11^ Brigata di Fanteria Leggera perpetrarono agli ordini del tenente William Calley.

Il 16 marzo 1968 i soldati si abbandonarono alla razzia, alla tortura e allo stupro e, quando anni dopo vennero chiamati a rendere conto dei loro atti, si difesero dicendo: «Ho solo eseguito gli ordini».  Così Hersh racconta tutta la vicenda nel suo libro My Lai Vietnam, una ricostruzione cruda e precisa, un pugno nello stomaco, una fotografia della brutalità umana che un qualsiasi lettore non può lasciarsi scivolare addosso.

Il fatto rimase segreto per più di un anno, fino a quando un soldato, Ronald Ridenhour, logorato dal rimorso non iniziò a scrivere una «una profonda riflessione su me stesso, su ogni singolo americano e sugli ideali che dovremmo rappresentare. Era un terribile sfregio inferto all’immagine dell’America» ed ecco aperto il vaso di Pandora. I reduci del Vietnam – i meno amati e spesso lasciati a se stessi – si trasformarono in fragili esseri umani devastati dai traumi subiti e inferti in guerra.

«Quella guerra è solo una serie di massacri quotidiani, uno dopo l’altro, e non posso concepire l’idea che dei soldati semplici siano ritenuti responsabili di azioni che l’esercito degli Stati Uniti li obbliga a fare quando si trovano in Vietnam». Solo il tenente Calley scontò la condanna ottenendo i domiciliari, nessuno “più in alto” fu inquisito.

Per raccontare la vicenda Seymour Hersh sceglie – come nella migliore tradizione giornalistica americana nutrita di fatti e non di opinioni – di riportare con metodo ogni fatto, ogni fonte, senza mai cercare di metterli in relazione a ogni costo: l’orrore della vicenda è palese, la condanna scontata, non serve fornire un’opinione, basta esporre la verità.

Ma il Vietnam non è solo napalm e guerriglia e per comprendere un Paese e una cultura tanto diversi dalle nostre è indispensabile partire dalla lingua e dalla scrittura: la lingua vietnamita, o kinh, è monosillabica e tonale – cioè la diversa intonazione di una stessa sillaba conferisce alla sillaba stessa differenti significati – nata da una sorta di “ibridazione” di idiomi mon-khmer, tai e cinesi, ma nel corso dei secoli la lingua è cambiata, adattandosi molto al cinese, nonostante esistano alcune minoranze linguistiche che presentano notevoli differenze rispetto al vietnamita “standard”. Con il passaggio dalla lingua han alla nom, si sviluppò anche la letteratura vietnamita e fiorirono i poemi epici che continuano a influenzare la letteratura, la poesia e la musica di oggi.

Oltre la lingua – che è in tutto e per tutto lo specchio di una cultura – anche la religione ha influenzato molto l’essenza stessa del Vietnam. Sono quattro le religioni – o meglio, filosofie – più diffuse: il Confucianesimo, il Taoismo, il Buddhismo e il Cristianesimo, ma le prime tre sono confluite in un unico credo con alcuni elementi di credenze cinesi e tradizione animista vietnamita, fino alla nascita di una sorta di “triplice religione” il Tam Gao. A questi grandi ceppi si unisce il Caodismo – in cui convergono principi dei culti orientali e occidentali – e il culto degli antenati e dei lari, che corrispondono proprio ai lari romani, divinità protettrici della casa e della famiglia, i Thanh Chieu. È proprio dalle religioni che i vietnamiti hanno acquisito tratti tipici del loro modo di essere: dal culto degli antenati, la fedeltà ai valori degli avi; dal Buddhismo, la pazienza, il distacco, la compassione e la non violenza; dal Confucianesimo la ricerca della perfezione e del rispetto per l’ordine; dal taoismo, la dicotomia bene/male; dal Cristianesimo l’uguaglianza e l’amore.

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Questa insolita contaminazione, che forse sarebbe impensabile in altre parti del mondo, e la storia, spesso crudele, hanno fatto del Vietnam un Paese unico, dove l’artigianato e l’arte presentano tutte le screziature di questa miscellanea. Non a caso il teatro vietnamita presenta tratti cinesi, per esempio le marionette e la struttura stessa degli spettacoli. O ancora, la musica è pervasa da sonorità tipicamente indiane; l’architettura richiama, ancora una volta, elementi cinesi sia nelle decorazioni che nella collocazione spaziale degli edifici secondo l’arte del feng shui.

Fiore all’occhiello del Paese è l’artigianato, soprattutto orafo, che ben si sposa con l’arte della lavorazione della madreperla. In ogni città o zona si trovano manufatti tipici: Saigon è famosa per le scatole laccate e i braccialetti ricavati da squame di tartaruga, ad Hué si possono trovare cappelli a cono realizzati con foglie di palma, se invece amate la seta Hanoi è nota per le stampe e le pitture su seta.

La Repubblica Socialista del Vietnam (in vietnamita Cộng hòa xã hội chủ nghĩa Việt Nam) è un Paese pesantemente segnato dai conflitti e poco sviluppato dal punto di vista industriale: tutte le industrie si concentrano nelle aree di  Hà Nội, Hải Phòng e Nam Định e si tratta per lo più di industrie tessili, navali e di lavorazione del riso, oltre a distillerie e zuccherifici, e a stabilimenti per la lavorazione del caucciù, del cemento e della carta. Nonostante il Vietnam presenti molti bacini idrici, il potenziale idroelettrico non è sfruttato e solo il carbone viene impiegato per la produzione di energia elettrica.

Tuttavia il piano di riconversione industriale – prima degli anni Ottanta l’economia vietnamita si basava soprattutto sull’agricoltura – ha dato i suoi frutti, portando il Paese ad aprirsi a nuovi mercati – soprattutto con l’esportazione di riso, petrolio, carbone, capi d’abbigliamento, calzature, ceramiche, pietre preziose e seta – e a crescere notevolmente sotto il profilo economico, ma nonostante l’occupazione giovanile, il tasso di disoccupazione inferiore al 4 percento e un buon livello di scolarizzazione, le condizioni di gran parte della popolazione non sono rosee, soprattutto a causa di una scarsa tutela dei diritti umani e di una disciplina occupazionale di stampo cinese.

Come al solito ecco alcuni suggerimenti letterari sia di autori vietnamiti che di giornalisti e studiosi di tutto il mondo che hanno offerto il loro contributo per divulgare la storia e la cultura di questo meraviglioso e travagliato Paese.

Per una visione giornalistica della guerra in Vietnam Vietnam, una sporca bugia di Neil Sheehan, per chi ha sete di poesia e meditazione La pace è ogni passo di Thích Nhất Hạnh, per un giallo L’ombra del principe di Kim Tran-Nhut e Tranh-Van Tran-Nhut, per una ricostruzione della guerra col cuore in mano Niente e così sia di Oriana Fallaci, la voce di una giovane volontaria dell’Esercito popolare Fragile come un raggio di sole  di Le Minh Khue, per una panoramica sui conflitti nel Paese Le guerre del Vietnam 1945-1990 di Marilyn B. Young, per un romanzo “proibito” La messaggera di cristallo di Pham Thi Hoai, per un viaggio fotografico nella storia e nella cultura Il risveglio del drago. Vietnam: tradizione, presente e futuro di Mario ed Elisabetta Marchi e Umberto Cecchi, per un diario delle brutalità della guerra I Diari di Dang Thuy Tram, per la storia del più giovane soldato (afro-americano) morto nell’assurda guerra La faccia nera del Vietnam di Terry Wallace, un viaggio nell’arte antica Art ancien du Viêt Nam. Bronzes et céramiques, per una storia d’amore vietnamita Oltre ogni illusione di Duong Thu Huong, per una satira brillante e amara sulla modernizzazione del Vietnam Dumb Luck di Trong Phung.

La musica vietnamita non è di facile ascolto e presenta sonorità piuttosto particolari, ma vogliamo comunque proporvi un brano di quello che è stato definito dalla Bbc il “Bob Dylan vietnamita”, Trịnh Công Sơn cantante e compositore autore del brano Tien Thoai Luong Nan, Dilemma, il cui testo richiama, con le sue immagini, la migliore tradizione poetica orientale. Ascoltatela mentre leggete un buon libro e viaggiate con la mente oppure mentre preparate un tom kho, gamberetti stufati in una deliziosa salsa agrodolce a base di zucchero e brodo di pesce cotti nel tipico nồi đất di terracotta.

Buona lettura e buon viaggio. Arrivederci a marzo con un nuovo affascinante Paese.

Francesca Penza

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