Legge bavaglio, legge da sudditi

Il presidente dell’AgCom, Corrado Calabrò, ospite al Premio Tropea nelle vesti di poeta, dichiara il suo pensiero riguardo il Ddl intercettazioni. Anche  Fini e Melanconico esprimono il loro parere negativo mentre da più parti si richiedono nuovi emendamenti o, ancora meglio, il suo ritiro, mentre la maggioranza conta di presentare in Aula il progetto di legge il 29 luglio

di Sabina Sestu

Mentre l’Italia si trova ad affrontare l’ennesimo scandalo di ampie proporzioni, mentre il governo è alle prese con molti elementi chiave in panchina, voci autorevoli si sollevano nell’eco della tempesta che sta travolgendo il mondo della politica e dell’economia per gridare alla libertà di stampa e alla libera divulgazione delle idee. «Senza libertà di informazione, non siamo cittadini ma siamo sudditi – ha dichiarato  Corrado Calabrò, 75 anni, presidente dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni – la libertà d’informazione è forse una libertà superiore ad altre costituzionalmente protette e come tale va difesa da ogni tentativo di compressione». Ancora più vere le parole del presidente dell’AgCom in questa fase della storia repubblicana del nostro Paese. Se la legge bavaglio fosse già stata in vigore, infatti, non avremmo mai saputo nulla sull’inchiesta della nuova loggia chiamata P3.

Corrado Calabrò

«Il Trattato di Lisbona – ha continuato Calabrò, ospite al Premio letterario Tropea – pone il pluralismo dell’informazione alla base dei principi fondanti dell’Unione Europea. Si tratta di un parametro di legittimità della legge che deve essere valutato con attenzione in qualunque intervento normativo nazionale in materia di informazione, compresi quelli riguardanti le intercettazioni. Lo stesso Trattato peraltro include tra i diritti fondamentali dell’Unione il rispetto della dignità umana e della vita privata e familiare nonché il diritto a un processo equo». Non ci sarebbe quindi nessun bisogno di questa legge, secondo il garante delle comunicazioni, in quanto avendo aderito al Trattato di Lisbona l’Italia ha già un normativa seria in materia. Berlusconi ha asserito che il decreto intercettazioni è necessario per tutelare la privacy dei cittadini e Calabrò a questa affermazione risponde che «la dignità e la riservatezza come diritto contrapposto a quello di informare e di essere informati, non deve mai consentire di oscurare la mente».

Anche Gianfranco Fini esprime il suo parere sulla libertà di informazione, dimostrando il suo netto distacco dall’idea che ne ha invece il suo ex alleato. «In un paese democratico la libertà di stampa non è mai sufficiente – ha dichiarato il presidente della Camera – abbiamo ancora bisogno di introdurre nell’ordinamento ulteriori norme che tutelino l’accesso ai mezzi di informazione». Consiglia al governo di non effettuare tagli “drastici” all’editoria, ma piuttosto di valutare i mass media meritevoli dei finanziamenti pubblici, eliminando «ogni forma di intervento clientelare». Belle parole e bei consigli quelli di Fini, ma difficili da applicare visto che il nostro presidente del Consiglio detiene una larga fetta del mercato dell’editoria e delle televisioni.

E Bersani, commentando le parole di Fini, afferma che la legge bavaglio è «una norma contro la legalità oltre che contro la libertà di informazione. Vogliono farci votare una legge che è stata giudicata negativamente dai giudici antimafia e da tutti gli inquirenti», per non parlare di tutte le altre categorie interessate.  Carlo Melanconico, presidente della Fieg, propone una soluzione per tutelare la privacy dei cittadini. «Deve valere esclusivamente il rafforzamento degli strumenti, interni al processo, di prevenzione dell’uscita di documenti e non la compressione del diritto di cronaca quando le notizie sono già uscite. Vanno quindi semmai aggravate le responsabilità dei titolari degli uffici di Procura, degli investigatori e dei delegati alle intercettazioni, che allo stato attuale andrebbero esenti da sanzioni o verrebbero puniti con sanzioni inferiori a quelle inflitte ai giornalisti. Il che è paradossale».

Gad Lerner

Gad Lerner, conduttore dell’Infedele e ospite anche lui al Premio Tropea, è molto critico nei confronti della tv italiana: «A Gerusalemme ho incontrato un tizio dell’antiterrorismo che mi ha detto “ vediamo Raiuno e Canale 5. Siete la tv delle ragazzine”. A mio avviso il problema è – ha concluso il presentatore – più che altro che non esistono altri modelli femminili. Lo trovo anacronistico ma corrisponde ad un immaginario politico misto arrapato-clericale».

Foto | via www.televisionando.it; www.zeusnews.com; www.alexanderlanger.org; http://melissamuldoon.files.wordpress.com



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