Lega Nord: o l’organismo si rigenera o muore

Marrone-Bossi

Manuela Marrone e Umberto Bossi

Roma – Gli organismi viventi sopravvivono solo se si rigenerano, adattandosi all’ambiente circostante. Questa è una legge elementare della biologia. Tanto giusta che potrebbe essere estesa e di poco riveduta nell’enunciato, anche ad altre aree di attività umana.

Prendiamo la politica italiana: ambiente fortemente tellurico, dove proliferano organismi pluricellulari multiformi, solitamente molto longevi e dediti all’autoconservazione: i partiti. Rivediamo il concetto: gli organismi politici viventi, per sopravvivere, devono rigeranerarsi adattandosi alle circostanze.

L’enunciato è generico. Tuttavia, al momento, pare che la formula descriva bene la situazione del Carroccio: corpo infiacchito e malato da circostanze critiche interne ed esterne. Sa di dover agire per sopravvivere ma ha parecchie difficoltà a gestire la propria rigenerazione. Dunque è in subbuglio. Anzi, di più.

Varese – La Lega è in guerra. Una vera guerra civile tra i suoi colonnelli, caporali, soldati semplici e garzoni di stalla. Roba da fare un baffo alle baruffe chizzotte in cui si intruppano di solito le sinistre.

La dichiarazione ufficiale del conflitto è arrivata giorni fa da Varese, quando – per volontà dei vertici del partito (ovvero di Bossi) – è stato eletto nuovo segretario, Maurillo Canton, uomo vicino al fantomatico cerchio magico del Senatùr. Una decisione che ha scatenato: uno. Le proteste dei leghisti varesotti i quali, privati del voto, per la prima volta hanno fischiato pubblicamente il loro Capo; due. Aperto, altrettanto pubblicamente, la voraggine del dissenso tra le 2 frange del Carroccio: i bossiani e i maroniani. Mica finita.

Tosi – Ad aggravare il quadro si è unito lo scontro tra il sindaco maroniano di Verona, Flavio Tosi e lo stesso Bossi. Il primo, 2 giorni fa, aveva : uno. Contestato la “circolare bavaglio” del partito che imponeva il no comment sulla condizione del Governo; due. Espresso i propri dubbi sulla leadership di Berlusconi; tre. Affermato che alcuni provvedimenti votati in Parlamento avevano creato il voltastomaco a molti deputati della Lega. Tutte questioni che il leader del Carroccio ha sintetizzato con un’unica e breve replica: ‹‹Tosi è uno stronzo!››, con decoro di dito medio alzato.

I ministeri – E poiché le grane non arrivano mai sole, l’altroieri è stata anche notificata al partito una sentenza (non si sa ancora quanto competente) del Tribunale del Lavoro, il quale imporrebbe alla Lega la cancellazione dei ministeri a Monza, perché illegittimi.

Bossi – Ora, l’organismo ha la febbre alta, questo è chiaro. Ancora più evidente è che la malattia è direttamente proporzionale al declino del suo leader. D’altronde Bossi, non è più quello di una volta: ha perso carisma, presenza politica e quella particolare lungimiranza “agreste” che gli consentiva di percepire i bisogni della base. Non solo.

La cosa peggiore per un partito nato per di abbattere l’accentramento statalista di Roma è la romanizzazione dello stesso e l’accentramento dei vertici nel cosiddetto cerchio magico, metafora esoterica facilmente traducibile: Bossi e la moglie, Manuela Marrone, sono il centro d’attrazione di un sistema gravitazionale in cui amici, parenti, congiunti e il Trota sono i satelliti. Essi sono e/o saranno gli esponenti di spicco della Lega del domani. I fortunati ai quali, il Senatùr lascerà le redini del partito, magari celebrando il tutto con un pellegrinaggio al Po, armato di ampolla.

Insomma, più che una amministrazione politica, Bossi ha optato per una s.p.a. a gestione famigliare, in cui egli possa fare il padre nobile e pure il pater familias.

Maroni – Questa è la dinamica di implosione dell’organismo leghista, incurante delle circostanze ambientali, ovvero delle proteste degli elettori e di molti amministratori.

L’altra è o dovrebbe essere quella dell’espansione, ovvero quella del ministro dell’Interno Roberto Maroni.

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Roberto Maroni e Flavio Tosi

L’uomo in grado di opporsi all’accentramento bossiano, consentendo al partito di riqualificarsi in un contesto più nazionale così da incarnare, non solo le esigenze di buona parte del popolo padano, ma anche quelle di molti delusi pidiellini, piddini, dipietristi, centristi, misti e terzo polisti di seconda fila. Tutti coloro, insomma, che nel proprio gruppo di appartenenza non credono più e non chiedono di meglio che una valida alternativa in cui convolare.

Ma c’è un ma. Maroni non sembra molto convinto. Opporsi al Senatùr significherebbe spezzare una decennale amicizia oltre che screditare pubblicamente il vecchio leone. Un colpo troppo forte. E allora? Allora, se Maroni non se la sente, altri frondisti sembrano pronti a farsi avanti: Tosi, tanto per dirne uno e con lui molti altri. Menti fresche e capaci, con meno vincoli affettivi e pronti a ridare lustro al verde del Carroccio, rigenerandolo dall’interno. Perché un organismo che non si adatta all’ambiente circostante, non sopravvive.

Chantal Cresta

Foto || lettera43.it; telefriuli.it

 

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