L’Educazione Siberiana di Salvatores: un’occasione mancata – Recensione

Educazione Siberiana (ilsalvagente.it)

Locandina di "Educazione Siberiana", il nuovo film di Gabriele Salvatores (ilsalvagente.it)

È ancora vivo e presente nelle programmazioni delle sale cinematografiche italiane il fermento di curiosità destato dall’ultima importante pellicola di Gabriele Salvatores, vale a dire Educazione siberiana, liberamente tratta dall’omonimo e ben più diretto romanzo autobiografico dell’italo-russo trentatreenne Nicolai Lilin. Uscito ormai da diversi giorni, il quindicesimo lungometraggio del noto regista partenopeo lascia (a malincuore) un tantino a bocca asciutta da un punto di vista, ahinoi, sia narrativo che stilistico. Si tratta di una riflessione maturata dopo un certo periodo di ragionamento sostanzialmente pratico, pensiero incentrato, nella sua maggior corporatura, su continui tentativi di ipotizzare una qualunque motivazione per una simile scelta affabulatrice (seppur incentrata su un perno inamovibile riguardante la concezione stessa che il diretto interessato ha del raccontare storie attraverso il mezzo cinematografico: le dinamiche, talvolta tragiche, del rapporto interpersonale focalizzato su sincere e profonde esperienze di amicizia e reciproco rispetto più o meno virili). Ma andiamo per ordine.

Nel sud della Russia, dunque, tra le mura di una città ormai trasformata, nella sostanza, in un vero e proprio ghetto ospitante criminali di varia specie ed etnia, crescono insieme due bambini di dieci anni, Kolima (Arnas Fedaravicius) e Gagarin (Vilius Tumalavicius). I due diventano fin da subito amici per la pelle ma l’educazione che viene loro impartita dall’inamovibile nonno Kuzya (John Malkovich) ha dettagli alquanto singolari eppure molto precisi e scrupolosi in quanto elementi di una vera e propria legge di equità criminale: furto, rapina e omicidio da uso di armi da fuoco (e non) sono, infatti, consentiti purché vertano a scopi di “beneficio” per la sopravvivenza sia della carne che della dignità umana degli appartenenti alla razza siberiana. Tutti i componenti del clan (tra cui spicca un geniale eppure sempre troppo poco considerato Peter Stormare nel ruolo del maestro di tatuaggi Ink), nella sostanza, devono attenersi ad un vero e proprio codice d’onore senza mai avere la benché minima possibilità di tradirlo. Una volta cresciuto e divenuto maturo nel fiore dei suoi vent’anni, però, Kolima, di per sé saggio, preciso e consapevolmente responsabile dell’amore che la giovane spossata Xenya (Eleanor Tomlison) nutre nei suoi confronti in maniera viscerale, matura la consapevolezza di un forte alone di dissenso che attanaglia la volontà di Gagarin nel suo decisivo voler farsi strada da solo in un mondo che non riconosce poiché zeppo di leggi da lui giudicate inutili e assurde. Se è, dunque, vero che «un uomo non può possedere più di quello che il suo cuore può amare», Kolima sarà chiamato personalmente a porre rimedio ad una situazione che lo costringerà a compiere il volere di un codice morale non per forza di cose corrispondente alle proprie percezioni affettive.

L’intero film, dunque, fedelmente al romanzo d’origine, sarebbe una sorta di narrazione incentrata sul concetto basilare di formazione coscienziosamente umana. L’utilizzo del condizionale, purtroppo, è abbastanza obbligatorio laddove, con rammarico, appare fin troppo semplice constatare la scoraggiante assenza di una coerenza strutturale che, per contro, fa della pellicola un prodotto malauguratamente frammentato nel suo voler essere un tutto automaticamente ribaltato in prossimità di niente per cause di forza maggiore tra le quali, da una parte, una poca convinzione nelle capacità (comunque mai realmente eccellenti da parte dell’autore nell’arco della sua intera carriera) di messa in scena (fatta eccezione, se non altro, per le ammirevoli e sorprendentemente dinamiche sequenze di lotta fisica, in una delle quali, con sommo stupore anche se con un criterio tematico non indifferente, compare, tra i meandri della pur splendida colonna sonora firmata Mauro Pagani, forse per una delle prime volte, se non la prima in assoluto, un brano degli Area di Demetrio Stratos e compagni, nel vero senso del termine: Cometa rossa) e, dall’altra (oltre ad una scelta attoriale che, messe in salvo quel paio di opzioni sinceramente valide, non fornisce credibilità tale da coinvolgere uno stato d’animo dei presenti in sala lasciato, in verità, anche troppo all’autonomia del voler credere a qualcosa secondo personale piacimento, discorsi civico – politici a parte) una selezione di trasposizione carta / schermo che, ancora a malincuore, non rende giustizia ad un (al contrario) necessariamente crescente bisogno di condivisione emotiva reso possibile, probabilmente, da una scelta operistica ben differente da quella definitiva (non è difficilissimo azzardare, infatti, un pensiero riguardante l’eventuale possibilità ormai irraggiungibile di regalare ad un film di simile portata l’entità di opera epocale, anche se non proprio, per dirne una, alla Novecento di Bertolucci, tanto per intenderci).

Educazione siberiana (film.it)

Gabriele Salvatores a colloquio con John Malkovich sul set di "Educazione siberiana" (film.it)

Per questi e forse anche per altri motivi, pur salvaguardando le tematiche di fondo onnipresenti e pilastri portanti nell’intera filmografia del buon Salvatores, quella di Educazione siberiana rischia davvero di essere catalogata come l’occasione mancata di un buon autore alle prese con un concetto di produzione cinefila forse più grande del suo stesso (pur non del tutto indifferente) potenziale. Pellicole come il monumentale e consacrante premio Oscar Mediterraneo (1991), Puerto escondido (1992), Turné (1990) o Marrakech express (1989) restano nella memoria collettiva in quanto segmenti estremamente riusciti nel loro appartenere ad una produzione filmica “inter nos”, essendo, cioè, circoscritti entro un ambiente narrativo non facilmente estraibile da un certo modello del fare cinema, sì, all’italiana ma con un senso morale e umano direzionato comunque ben oltre le barriere di genere nazionale pur provenendo da una realtà ben specifica nel suo stesso maturare certe modalità percettive secondo certe direzioni esplicative di matrice antropologica.

Si parla già di una nuova esperienza potenzialmente anglofona da portare in essere negli splendidi territori della verde Irlanda. Qualora corrispondesse a verità, il nostro miglior auspicio riguarderebbe, nella sostanza più affettiva, anzi affezionata, consapevolezza e definitivo senso di autoavvicendamento stilistico.

(Foto: film.it / ilsalvagente.it / sky.it)

Stefano Gallone

@SteGallone

[youtube]http://youtu.be/GPF45uTVLQ4[/youtube]

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2 Risponde a L’Educazione Siberiana di Salvatores: un’occasione mancata – Recensione

  1. avatar
    caterpillar 12/03/2013 a 01:28

    Sono un grande ammiratore di Mauro Pagani, ma dire che la colonna sonora NON aiuta il film è dire poco: moscia, dozzinale, quasi un compitino eseguito alla perfezione.
    Le colonne sonore splendide sono altre, mi creda.

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  2. avatar
    caterpillar 12/03/2013 a 01:32

    non a caso una delle scene più belle del film viene resa tale da “Absolute Beginners” di Bowie e non da un pianoforte senza capo né coda che viaggia parallelo alle immagini un po’ per tutto il film.

    Rispondi

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