Le ultime 56 ore: un action movie made in Italy per una battaglia di civiltà

Presentato in anteprima mondiale al MIFF (Film Festival Internazionale di Milano) 2010, il nuovo film di Claudio Fragrasso affronta il dramma della “Sindrome dei Balcani”, in un contesto in cui si fondono azione e sentimenti. Ma la nobiltà d’intenti non basta

 di Daniela Dioguardi

Locandina

Kosovo, 1999. Un gruppo di soldati italiani in missione di pace, guidatodal colonnello Moresco (Gian Marco Tognazzi), viene coinvolto in un’azione militare durante la quale entra  in contatto con armi a uranio impoverito.

 Cinque anni dopo, rientrato in patria, il colonnello si ritrova al capezzale di un amatissimo commilitone, divorato da una fatale forma di leucemia contratta sul campo di battaglia. Davanti alla di lui moglie, la dottoressa Ferri (Barbora Bobulova), costretta dalla disperazione, a ricorrere, più tardi, all’eutanasia, Moresco giura di impegnarsi affinché la questione della cosiddetta “Sindrome dei Balcani” venga riconosciuta e adeguatamente affrontata dallo Stato maggiore dell’Esercito.

Così, insieme a dodici fedelissimi uomini, l’ufficiale decide di occupare con la forza il reparto di ematologia di un ospedale civile, tenendo in ostaggio personale e pazienti e lanciando un tremendo ultimatum: la autorità competenti hanno 56 ore di tempo per riconoscere pubblicamente i danni provocati dall’utilizzo, da parte dell’esercito, di armi all’uranio impoverito e per predisporre le dovute misure di tutela e di protezione; in caso di esito negativo gli ostaggi verranno giustiziati.

Intanto, il commissario Manfredi (Luca Lionello), poliziotto alquanto refrattario al protocollo ma abilissimo negoziatore, riesce a penetrare nell’edificio ormai sotto il controllo dei ribelli, incentivato dal caso che ha voluto che nel reparto assediato si trovassero anche sua moglie Isabella (Simona Borioni), ammalatisi di leucemia, e sua figlia Valentina (Nicole Murgia).

 Il regista Claudio Fragasso, votato, ormai da tempo, al cinema d’azione (lo si ricorderà, ad esempio, per l’apprezzabile Palermo-Milano sola andata) torna sul grande schermo con una pellicola che vuole far riflettere su un tema sconcertante e delicato, come quello delle malattie e  delle malformazioni provocate dalle armi a uranio impoverito, scegliendo però di farlo attraverso un genere che ha come principale credenziale la spudorata spettacolarità, al limite del ludico.

Il regista Claudio Fragasso

Non mancano, infatti, nel film, eclatanti scene di inseguimenti, esplosioni e assedi ben concertati, che richiamano immediatamente alla mente alcune megaproduzioni hollywoodiane o, per andare un po’ indietro, i “mitici” poliziotteschi degli anni ’70. Ma, a questo punto,  c’è da chiedersi cosa abbia a che fare tutto ciò con la livida immagine iniziale di un uomo devastato dalla leucemia, attaccato alla vita attraverso un tubo di plastica che lo scuote indegnamente a ritmi sfacciatamente regolari. Nulla, assolutamente nulla.

 Una messa in scena poco credibile, al limite del comico, una sceneggiatura carica di retorica, sostenuta da dialoghi spesso banali, e una prova attoriale volenterosa ma decisamente sopra le righe, vanno a rafforzare, poi, quella sensazione, presente sin da subito, di essersi scollati dal divano di casa per andare ad assistere alla proiezione sul grande schermo di una mega fiction, di cui si poteva  fruire più tranquillamente davanti a un anonimo televisore.

 E allora chapeau a Claudio Fragasso  per aver portato all’attenzione del grande pubblico una tematica scottante e drammaticamente irrisolta come quella delle malattie contratte dai soldati sul campo di battaglia, per via dell’uso di armi nocive. Ma, a parte questo, non c’è molta voglia di appassionarsi a scene epiche, di lasciarsi trascinare da una suspence che appare quasi aggressiva, inadeguata al contesto.

Le immagini iniziali dell’amico in fin di vita, dell’uomo vinto dalla malattia, bastavano a suscitare quell’amaro misto di rabbia e impotenza che avrebbe dovuto portare naturalmente lo spettatore a sentirsi responsabile, in quanto membro di una comunità, in quanto cittadino di uno Stato, di tutto ciò che, in materia di malattie professionali (vedi la “sindrome dei Balcani”), non è stato ancora fatto.

Stando così le cose, tutto il resto, dalle sequenze più solenni a quelle più propriamente splatter, è pura interferenza.

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2 Risponde a Le ultime 56 ore: un action movie made in Italy per una battaglia di civiltà

  1. avatar
    paolo 11/05/2010 a 00:13

    e brava daniela! ;)
    un film davvero coraggioso, che merita di essere visto e diffuso

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  2. avatar
    Anonimo 18/05/2010 a 20:23

    davvero brava complimenti

    Rispondi

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