Nozze gay, un diritto per tutti tranne in Italia

Monsignor Paglia si è reso protagonista, in questi giorni, di una pur timida apertura della Chiesa verso le coppie gay. Le cose cambieranno anche Oltretevere?

L’APERTURA DEL VATICANO - Giungiamo dunque a Tangentopoli, ad Antonio Di Pietro ancora magistrato, alla pseudo-rivoluzione liberale di Silvio Berlusconi, ai due intramezzi politici del centrosinistra, e ai Di.Co., tentativo mal riuscito di “cattolicizzare” una materia, quella dei diritti delle persone conviventi, chiaramente laica, per l’opposizione che la Chiesa ha opposto finora. Arriviamo poi al 2013, alla Francia e al Regno Unito che votano con maggioranze schiaccianti per l’estensione del diritto di sposarsi a chiunque e alle parole di Vincenzo Paglia, uno dei cardinali più in vista sotto la cupola di San Pietro, che ci invita a porre attenzione al dramma dell’omofobia aprendo al riconoscimento delle coppie di fatto, anche quelle omosessuali.

Un cardinale che la pensa come molti laici. «Siamo arrivati alla rivoluzione!», dirà il lettore stupito. Ebbene, è così, ma solo in parte. Negli ultimi 65 anni, i politici italiani, di destra o di sinistra che fossero, hanno lavorato in funzione del Vaticano, per compiacerlo, dimenticandosi di quello che fu approvato da Enrico de Nicola il 28 dicembre 1947, ovvero la divisione tra Stato e Chiesa e la garanzia costituzionale del principio di laicità dello Stato. Con un semplice “lapsus” si è permesso a chi non ne aveva diritto di interferire nella gestione sociale dell’Italia, che è via via sprofondata in una spirale di moralismo clericale, sputando sulla memoria di quegli uomini e quelle donne che, ribellandosi all’occupazione nazifascista, restituirono libertà e sovranità alla nostra Italia.

ATTENTATO ALLA COSTITUZIONE O CONVENIENZA ELETTORALE? - In un mondo globalizzato, moderno, che cerca forme di aggregazione sovranazionale e ascolta i suoi leader come se fossero dotati del dogma dell’infallibilità – il concetto che tanto stava a cuore al Mastai Ferretti quando pubblicò l’enciclica Pastor Aeternus nel 1870 – ogni contributo alla crescita sociale è bene accetto e rifiutare di ascoltare le parole, spesso sagge e condivisibili che vengono dagli esponenti del culto cattolico, sarebbe un mero esercizio di ignoranza. In fondo, su questo concetto converranno in molti, si ascolta con più piacere una lectio magistralis di Joseph Ratzinger che una buona parte dell’emiciclo parlamentare italiano.

Quando, tuttavia, al mero ascolto si sostituisce l’approvazione in toto e la ratificazione legislativa di quei concetti, si attenta alla libertà dell’Italia. Si attenta al voto dei cittadini e al loro insostituibile esercizio di democrazia fatto nelle urne. E ultimo, non per minor importanza, si attenta all’articolo 8 del nostro dettame costituzionale, per il quale «tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti la legge».

La conclusione è semplice: ascoltare è un diritto, operare per la Patria è un dovere. Ciò riguarda noi, elettori a volte speranzosi e molte altre volte sfiduciati, ma soprattutto riguarda coloro che andiamo ad eleggere attraverso la nostra scelta. Loro devono rispondere agli elettori, che possono punirli o premiarli nelle urne. Ma soprattutto devono rispondere a lei, quella indifesa sequela di 139 articoli e 18 disposizioni transitorie e finali che dal 1° gennaio 1948 è il faro della nostra esistenza come Paese libero: la Costituzione Italiana. A lei e a nessun altro.

Stefano Maria Meconi

@_iStef91

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