Le minacce di Ahmadinejad

Se il proposito di nuove sanzioni da parte di USA, Francia e Russia verrà attauto, le reazioni di Teheran non si limiteranno alla parole

di Marco Luigi Cimminella

Ahmadinejad

L’allarmante preoccupazione, dovuta all’intenzione iraniana di proseguire con l’arricchimento dell’uranio al 20%, aveva spinto Stati Uniti, Francia e Russia ad avallare il compromesso espresso dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Questa proposta prevedeva il rifornimento, a favore di Teheran, di combustibile straniero per alimentare un reattore con finalità mediche, a patto che la Repubblica Islamica sospendesse il processo di arricchimento. In pratica, l’Iran doveva inviare all’estero le proprie riserve di uranio al 3.5% e ottenerlo successivamente arricchito al 20%.

Nonostante i dissapori con le grandi potenze e i pareri contrari di una parte della classe dirigente iraniana, alquanto restia a dipendere dai diktat occidentali, Ahmadinejad non è completamente ostile alla possibilità che venga raggiunto un accordo. La sua proposta, bocciata immediatamente dai circoli politici statunitensi, consisteva nel realizzare lo scambio simultaneamente sul suolo iraniano. Nonostante il fallimentare inizio, continuare a premere su una maggiore collaborazione sembra essere la strada giusta. Purtroppo però, le continue minacce di sanzioni internazionali non creano certo un clima funzionale al dialogo e al confronto diplomatico.

Fin dall’inizio, Francia e USA erano completamente d’accordo sulla necessità di colpire duramente il programma nucleare iraniano attraverso sanzioni severe, come aveva ribadito, all’inizio di febbraio, il primo ministro francese, Fillon: “Il regime iraniano non ha raccolto le nostre offerte di dialogo, ora è arrivato il tempo di reagire”. Inoltre, nel settembre scorso, in seguito alle rivelazioni di un secondo impianto nucleare iraniano, il segretario alla difesa degli Stati Uniti, Robert Gates aveva tuonato: “Colpiremo le banche, le tecnologie del petrolio e del gas”. Non tutte le potenze internazionali si mostrarono accondiscendenti su questo punto. Il proposito di colpire con sanzioni economiche Teheran era stato deprecato dal leader dell’opposizione iraniana Moussavi, in quanto esse avrebbero aumentato “le sofferenze del popolo iraniano”. Anche Germania, Cina e Russia si mostrarono malcelatamente contrariate, avendo intessuto profittevoli relazioni economiche con la Repubblica Islamica.

Medvedev e Netanyahu

Recentemente però, sembra che Mosca abbia assunto una diversa posizione nei confronti di Teheran, stringendo buoni rapporti con il governo israeliano. In seguito alla visita del premier israeliano Benjamin Netanyahu a Mosca, il Cremlino ha deciso di sospendere la fornitura all’Iran dei missili anti-aerei S-300, nonostante le dure opposizioni del vice-segretario del Consiglio di Sicurezza Nazarov. In settimana, il presidente russo Dmitri Medvedev aveva espresso il suo consenso sulla necessità di colpire la Repubblica Islamica con delle sanzioni a causa del mancato rispetto degli impegni presi da Ahmadinejad sul programma nucleare.

Diversamente la Cina, disapprovando la piega che hanno preso i rapporti fra Iran e Occidente, si è mostrata contraria alle sanzioni internazionali, promuovendo il dialogo come unica soluzione alla crisi. I motivi alla base dell’assunzione di tale posizione sono soprattutto economici. Il gigante cinese ha bisogno di un abbondate nutrimento energetico che l’Iran può contribuire a soddisfare: pensiamo al progetto di realizzare condutture che, attraversando Afghanistan e Tagikistan, permetterebbero al petrolio iraniano di raggiungere l’insoddisfatto cliente mandarino.

Intanto, la minaccia atomica islamica angoscia particolarmente Tel Aviv che ha chiesto delle sanzioni paralizzanti nel campo energetico: esse devono prevedere “la fine dell’importazione del petrolio raffinato, prima di tutto la benzina, e delle esportazioni del petrolio iraniano dato che l’economia e il bilancio del Paese dipendono da queste 2 voci”. Rincara la dose il segretario di stato americano, Hillary Clinton, che condanna le derive “dittatoriali” del governo di Ahmadinejad. Accuse fortemente infondate, secondo la guida religiosa di Teheran, l’ayatollah Khamenei, sintomo del disprezzo americano nei confronti di una potenza, come quella iraniana, che non è disposta ad abbassare la testa.

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