Lavoro: Italia maglia nera per gli stipendi. Fornero: “La riforma si attua negli anni”

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Elsa Fornero

Roma  – Fa ancora molto discutere il rapporto Eurostat divulgato ieri sugli stipendi medi dei dipendenti italiani ben al di sotto di quelli del resto d’Europa. In Italia abbiamo ‹‹salari bassi e un costo del lavoro comparativamente elevato. Bisogna scardinare questa situazione, soprattutto aumentando la produttività›› ha dichiarato il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, arrivando a concludere che è quanto mai urgente aumentare la produttività per consentire l’aumento esponenziale degli stipendi. Anche perché ha concluso il ministro Fornero ‹‹difficilmente bassi salari creano crescita››.
Arriva così, in un  momento difficile per il mondo della politica, il rapporto Eurostat proprio mentre è in pieno svolgimento il dibattito sulla riforma del Lavoro. ‹‹Voglio convincere le parti sociali e gli italiani che ci sono molte cose da cambiare nel mercato del lavoro, non perché ce lo chiedono l’ Ocse o l’Fmi, ma perché bisogna creare un mercato più inclusivo››.  Il ministro, quindi, sottolinea come bisogna ‹‹aprire nuove prospettive ai giovani e alle donne, eliminando quella flessibilità che genera precarierità››. Fornero ha quindi assicurato che la riforma degli ammortizzatori ‹‹si fa oggi ma si attua negli anni, non ora che siamo in crisi››.

La partita per aumentare i livelli di reddito da lavoro pare una priorità a lunga scadenza anche se le stime sono pessime. L’Italia, in Europa, risulta tra i paesi con le retribuzioni lorde annue più basse. Eurostat fa riferimento a dati del 2009: la Penisola si piazza in dodicesima posizione in area euro; meglio Irlanda, Grecia, Spagna e Cipro.

Il valore dello stipendio annuo per un lavoratore aziendale o di servizi (con almeno 10 dipendenti) è pari a 23.406 euro, ovvero la metà di quanto un dipendente di pari grado guadagna in Lussemburgo (48.914), Olanda (44.412) o Germania (41.100). Dunque, tra i Pigs, l’Italia superare solo il Portogallo con 17.129 euro.

Secondo Eurostat anche l’andamento degli aumenti degli stipendi italiani è pessimo rispetto alle paghe lorde medie annue dei Paesi dell’Unione europea. L’avanzamento per l’Italia risulta tra i più ridotti: in quattro anni (dal 2005 in poi) il rialzo è stato del 3,3%, molto distante dal +29,4% della Spagna, dal +22% del Portogallo. E persino i Paesi che partivano da livelli già molto alti hanno messo a segno rialzi rilevanti: Lussemburgo (+16,1%), Olanda (+14,7%), Belgio (+11,0%) e Francia (+10,0%) e Germania (+6,2%).

Le buone notizie. L’Italia diminuisce il divario delle retribuzioni tra uomini e donne ovvero il cosiddetto “unadjusted gender pay gap”: l’indice utilizzato in Europa per rilevare le disuguaglianze tra le remunerazioni, definito come la differenza relativa, in percentuale, tra la media del salario grezzo orario di lavoratori e lavoratrici.

Anche qui, però, la buona nuova si scontra con la realtà. La Penisola soffre di un gap profondo tra il numero di occupati uomini e quello di molto inferiore di occupati donne che supera di poco il 5% (con riferimento al 2009) e si colloca sotto la media europea, pari al 17%. In questo modo l’Italia risulta il paese con la forbice più stretta alle spalle della sola Slovenia.

A ridurre le differenze di stipendio in Italia, quindi, contribuiscono vari fenomeni non certo meritevoli di lode: basso tasso di occupazione femminile e lo scarso ricorso (a confronto con il resto d’Europa) al part time. Meno donne sono al lavoro, più contenuta è la percentuale di diversità di salario.

Dunque, a conti fatti, l’Italia è maglia nera per i lavoratori insieme a Polonia, Romania, Portogallo, Bulgaria, Malta. Tutti stati con una bassa partecipazione delle donne al mercato del lavoro.

Chantal Cresta

Foto || ansa.it

 

 

 

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