L’annuncio choc di Philip Roth: «Nemesis è stato il mio ultimo libro, non scriverò più»

Philip Roth

Philip Roth ha ottenuto tanti premi ma mai il Premio Nobel alla letteratura

New York – Uno scrittore di successo come Philip Roth fa scalpore e notizia per ogni cosa, ma quando dichiara in un’intervista che Nemesis (libro pubblicato nel 2010, n.d.r.) sarà il suo ultimo libro, quasi si stenta a credere che sia vero. Quando poi, triste e mesta, arriva la conferma dello storico editore che pubblica le sue opere, l’incertezza e la voglia che non sia vero lasciano spazio allo sconforto e alla tristezza per l’ennesima voce della cultura del Novecento che si spegne.

Il mese scorso, parlando ai giornalisti di Les Inrocks, rivista francese, Roth aveva detto, riferendosi alla rilettura di tutte le opere prodotte: «Volevo vedere se avevo sprecato tempo. Ho dedicato tutta la mia vita a scrivere sacrificando tutto il resto. Ora basta. L’idea di cercare di scrivere di nuovo è impossibile. Ho pensato che il mio lavoro era piuttosto riuscito. Alla fin della vita il pugile Joe Louis l’aveva detto: ho fatto il meglio che potevo. Avrei detto lo stesso del mio lavoro. Ho fatto anch’io del mio meglio».

Settantanove anni, Roth nacque negli Stati Uniti d’America da due genitori emigrati dalla Galizia, regione storica ai confini con la Polonia da non confondersi con l’omonima comunità autonoma spagnola. La sua produzione letteraria, intensa sia nei volumi che nei contenuti, lo ha accompagnato per tutta la vita, rendendolo più simile a un eremita che a uno scrittore, lontano dalle distrazioni del mondo che pian piano scivolava verso la modernità caotica e opposta a quel senso di introspezione, di ricerca filosofica che traspare nei suoi scritti, spesso autobiografici, spesso reinterpretati in chiave analitica.

Due mogli, dalle quali si è separato in entrambi i casi (la prima morì in un incidente alcuni anni dopo il divorzio), alcuni problemi di salute, Roth raggiunge il punto più alto della sua carriera con Pastorale americana, romanzo del 1997 che mitizza e in un certo senso ridicolizza l’idea di vita perfetta dell’americano medio, nel momento in cui si scontra con la realtà della rivolta sociale che accompagna la guerra del Vietnam.

Il ritiro di Roth segue quello obbligato dal peggioramento del morbo di Alzheimer di Gabriel García Márquez, autentica leggenda della letteratura latinoamericana, Premio Nobel nel 1982 e autore di opere straordinarie come Cent’anni di solitudine e Memoria delle mie puttane tristi, romanzi che rivelano una sensibilità squisita, che si distacca dalla mera esperienza fisica e materialistica per esplorare sentieri psicologici riservati a poche menti.

Con Roth, con Márquez, si affievolisce la memoria di una letteratura del XX secolo che ha saputo raccontare pagine indimenticabili, dagli orrori delle deportazioni di Primo Levi a quelli dei Gulag di Solženitsyn, dalla poesia di Pier Paolo Pasolini sino al realismo femminile di Isabel Allende. Una memoria che rimarrà, ma che difficilmente sarà imitata alla perfezione.

Stefano Maria Meconi

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