Lampedusa, una settimana dopo: verità e inutili annunci

Barroso, accompagnato dal sindaco Nicolini e da Enrico Letta, rende omaggio alle vittime del naufragio

Barroso, accompagnato dal sindaco Nicolini e da Enrico Letta, rende omaggio alle vittime del naufragio

Lampedusa – Sono passati sette giorni da quel tragico 3 ottobre, quando un barcone carico di immigrati provenienti dal Corno d’Africa si inabissava nelle acque antistanti Lampedusa. Una scena vista più di una volta, ma che una settimana fa si è trasformata in uno dei più tragici naufragi della storia: 302 morti, 155 sopravvissuti, e ancora decine di corpi dispersi da recuperare dalle profondità del mare.

Sulla piccola isola, più vicina all’Africa che alla nostra Italia, si sono avvicendati in questi giorni soccorritori, medici, uomini delle istituzioni nostrane e comunitarie, in un pellegrinaggio continuo, esprimendo il disagio di una nazione dinanzi all’ennesima tragedia, e partecipando agli immani sforzi che i 6.000 di Lampedusa sono costretti ad affrontare quasi ogni giorno.

In questi sette giorni sono state spese parole su parole, dai funerali di Stato per queste vittime del mare, alla modifica della legge Bossi – Fini per la cancellazione del reato di immigrazione clandestina, ma come in occasioni simili si è mancato di ragionare in modo razionale, cedendo piuttosto al facile vittimismo e al trasformismo che è propriamente insito nel mondo istituzionale del Bel Paese.

I morti di Lampedusa, le storie di enorme sofferenza patite da uomini, donne e bambini che fuggono da paesi poveri, spesso nel pieno di sanguinose guerre civili, sono tutte emergenze alle quali va data una risposta concreta. Una risposta non solo italiana, ma europea e mondiale. Ecco perché la presenza di Juan Manuel Barroso, ieri, è servita ad accendere i riflettori su un problema non più procrastinabile: la clandestinità.

I flussi migratori incontrollati, il racket delle mafie che vi sono dietro, sono tutti problemi da risolvere comunemente. E per risolverli, non si può pensare di cancellare il reato di immigrazione clandestina. Un dispositivo di legge in vigore tanto in Spagna, quanto in Francia, Germania e Regno Unito, che punisce coloro i quali, provenendo dall’estero ed entrando in un paese con scopi illeciti, vorrebbero farsi spacciare per vittime innocenti.

Riformare la Bossi-Fini è necessario, sì, ma è ancor più necessario – e la cessione di sovranità prevista nella Costituzione ne è il fulcro – lasciare che i 28 paesi dell’Ue, Italia compresa, approvino un regolamento comune che affronti  la questione clandestini, impedendo traffici illegali, e aprendo le porte a coloro che, spinti dalla speranza di una vita migliore, bussano alle porte dell’Europa gementi e sofferenti.

Solo così, infatti, si darà risposta a quelle madri incinte, a quei bambini che oggi riposano nelle bare bianche in un hangar di Lampedusa, aspettando una dignitosa sepoltura. Dignitosa come la vita che andavano cercando, e che non hanno trovato.

Stefano Maria Meconi

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