L’America Latina delle donne, tra lavoro ed emancipazione

Rousseff e Kirchner, presidentesse in carica di Brasile e Argentina

Parlare delle donne dell’America Latina è, agli sgoccioli del 2012, parlare di una realtà senza precedenti, e che insegna al resto del mondo: le presidenze di Argentina, Brasile e Costa Rica, di cui i primi due Paesi membri del G20, appartengono al gentil sesso. E addirittura nel 2011 erano quattro le donne che contemporaneamente erano alla guida del proprio Paese, con Michelle Bachelet presidente del Cile, prima di essere sconfitta alle elezioni da Sebastian Piñera. Restano così “solo” Cristina Fernandez de Kirchner, Dilma Rousseff e Laura Chinchilla Miranda, a esprimere un ordine nuovo che, nei fatti, è la naturale evoluzione del processo di emancipazione femminile cominciato da alcuni decenni.

Sino al 1981, infatti, nella maggior parte dei Paesi sudamericani, e particolarmente in quelli dove i livelli di alfabetizzazione erano cronicamente bassi, la percentuale di donne che completavano gli studi secondari prima, e quelli universitari poi, era particolarmente bassa. Da quell’anno in poi, il rapporto tra laureati uomini e donne si è assestato sull’1 a 1, per poi virare decisamente in chiave femminile, trainato dalle sempre maggiori immatricolazioni nelle discipline umanistiche come filosofia, lettere, psicologia e diritto e in quelle scientifiche come medicina, odontoiatria e farmacia.

Appare dunque evidente che l’aumento progressivo dell’istruzione femminile abbia portato a diversi risultati. Innanzitutto, sempre più donne hanno avuto accesso al mondo del lavoro che conta, emancipandosi dall’occupazione maschile e anzi costituendo una risorsa fondamentale per la crescita socio-economica dei Paesi di appartenenza; inoltre, l’aver guadagnato profili importanti negli organismi statali le ha poste al centro dell’attenzione politica, e infatti, dopo una lunga stagione di assestamento – il Costa Rica ha una tradizione pluridecennale di vice-presidenti donne – il 2006 con l’elezione della Bachelet, alla guida di una coalizione di centro-sinistra, ha dato il via alla “rivoluzione rosa”, appoggiata da un elettorato sempre più convinto che la guida del paese, affidata alle donne, avrebbe prodotto risultati di prim’ordine.

E, in buona parte, è così: al 2011, i quattro stati già citati registravano una crescita del Prodotto interno lordo di gran lunga superiore alla media europea, risentendo solo marginalmente della crisi economica mondiale, con il Brasile, sesta economia del mondo, che vedeva il Pil salire del 2,7%, il Costa Rica del 4,2%, il Cile del 5,9% e addirittura l’Argentina, complice una politica economica in ascesa dopo il default del 2001, di quasi il 9%.

Ad accompagnare l’emancipazione femminile, sin dagli anni Ottanta, è stata una straordinaria sinergia tra impegno in prima persona delle donne e manovre governative. Brasile, Uruguay e Venezuela, tra i tanti, hanno costituito in seno ai propri governi istituti e addirittura ministeri dedicati alla causa femminile, con lo scopo primario di studiare la sperequazione tra salari ed educazione e, successivamente, di garantire alle donne le stesse possibilità di crescita umana e professionale degli uomini.

Sul piano del lavoro, l’occupazione femminile ha registrato una crescita molto importante, ma resta ancora inferiore a quella maschile, e così i salari. Ciò che, tuttavia, preoccupa ancora è la emancipazione della donna dal contesto familiare, e in tal senso ci viene in aiuto uno studio realizzato a partire da metà anni Novanta nel Messico, uno degli stati più difficili dell’intero continente americano, dove il lavoro femminile domestico si scontra con quello extradomestico, o professionale che dir si voglia.

Laura Chinchilla, prima donna eletta alla presidenza del Costa Rica

Negli anni, le imprese hanno preferito assumere donne per il lavoro professionale domestico, in quanto maggiormente conciliabile con gli impegni gestionali da casa, e così facendo hanno aumentato la distanza della donna dalla società attiva, e soprattutto hanno ampliato le disuguaglianze, ancora troppo forti, tra la donna e l’uomo nel mondo del lavoro. A tal proposito si sono infatti coniati termini specifici per descrivere la condizione femminile: segregazione occupazionale, discriminazione salariale e femminizzazione/mascolinizzazione (dai corrispettivi spagnoli feminización e masculinización) del mondo del lavoro.

La differenziazione evidente tra offerte di lavoro e ripartizione rigida tra lavori esclusivamente femminili ed esclusivamente maschili ha prodotto come risultato l’emarginazione della donna da contesti di lavoro ritenuti “troppo maschili” per beneficiare della contribuzione delle donne. Queste separazioni, non essendo neutre ma sbilanciate hanno fatto sì che uno dei pilastri del lavoro, ovvero la mobilità sociale, fosse riservata esclusivamente agli uomini. Sul piano meramente salariale, poi, è di nuovo il Messico che ha detenuto la maglia nera dei diritti negati, con i salari femminili – a parità di livello di studi e occupazione – inferiori sino al 37% alla media maschile.

Via via che si ci è avvicinati al Terzo Millennio, però, le donne sudamericane hanno conosciuto e vissuto in prima persona un nuovo periodo di sviluppo, umano e sociale. L’industria del lavoro domiciliare, l’aumento dei posti di lavoro correlato a un miglioramento dell’istruzione, ha portato la donna a elevare la propria autostima, contribuendo così alla nascita di nuovi ordini sociali. Per contro, l’indipendenza economica ha riequilibrato i rapporti interni alla famiglia, dato che l’uomo ha perso il ruolo, becero, di “colui che porta lo stipendio a casa”.

Già l’agenzia Bloomberg, nel 1991, riferiva che «il potere economico è la variabile indipendente con maggior effetto moltiplicatore sulla situazione della donna», analizzando come il lavoro ha permesso la modificazione dei rapporti familiari, con un sempre maggiore potere decisionale femminile, e contribuendo inoltre alla diminuzione dei casi di segregazione, abuso e violenza da parte dei mariti su mogli e figli.

Gli sforzi per una totale parificazione tra uomo e donna non sono comunque del tutto compiuti: è necessario – e a ciò provvederà la sempre maggiore presenza femminile nei palazzi del potere – rendere la donna indipendente dagli obblighi domestici, ovvero dalle prigioni casalinghe che, per obbligo morale o materiale che sia, riducono le potenzialità di indipendenza e autonomia che proprio il lavoro, con la sua funzione socioeconomica, è in grado di offrire, e ridistribuire i carichi di lavoro casalingo anche sugli uomini, da sempre esclusi dalla cura dell’abitazione e della prole.

Stefano Maria Meconi

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