“La vida loca”, il documentario sul narcotraffico pagato col sangue

In documentario sulle maras salvadoregne pagato con la vita Christian Poveda, verrà proiettato al XXIV Festival del Cinema Latino Americano di Trieste dal 24 ottobre al 1 novembre 2009

di Marta Di Nuccio

C’è uno Stato, il più piccolo dell’America Centrale, dove ogni giorno si consuma una guerra tra bande che lascia a terra 1.500 morti all’anno. È El Salvador. Qui colpiscono le Maras, gruppi  formati per l’80% circa da ragazzi tra i 14 e i 25 anni che gestiscono il narcotraffico nel Paese.

Nati nei sobborghi di Los Angeles durante gli anni della guerra civile e poi rimpatriati dagli U.S.A  al termine del conflitto nel 1992, prendono il nome  dalle “marabundas”, le formiche assassine dell’Amazzonia. E, come loro, non si fermano davanti a niente.

I mareros sono circa 30 mila e, nonostante questo fenomeno sia  una delle piaghe più grandi del centro America, non se ne parla abbastanza, forse a causa delle responsabilità della politica di repressione adottata dai  governi che si sono trovati a gestirlo.

Christian Poveda

Christian Poveda

“La vida loca” è il documentario di Christian Poveda che verrà proiettato al XXIV Festival del Cinema Latino Americano di Trieste dal 24 ottobre al 1 novembre 2009. Uno sguardo da vicino sulla realtà salvadoregna, un atto di coraggio che ci apre una finestra sulla vita dei mareros, tutta volta al sacrificio per quella che loro non cessano mai di chiamare “famiglia”. Un appellativo che sottolinea come i giovani siano allo sbando, senza radici.

Sopravvivono nella loro patria come dentro alla giungla, a colpi di pistola, coltelli e fucili. Il fenomeno è radicato anche in Guatemala e in Honduras ma  le gangs che si contendono il potere nel Salvador sono la MS- 13 (o Mara Salvatrucha) e la Maras  18, che è quella raccontata dal reporter  franco-spagnolo vissuto per tre anni in quest’angolo caldo della Terra.

Lo sguardo che guida l’obiettivo è mosso da pietà e non si fa mai giudice nemmeno davanti alle azioni terribili che vengono commesse, nemmeno davanti ai volti esanimi di alcuni personaggi uccisi durante le riprese che sono andate avanti nonostante tutto. Uno sguardo che sembra compiangere questi piccoli delinquenti che si trasformano in assassini quasi per gioco ma  che “sono gli unici a comprendere il malessere della vita del Paese” come affermava lo stesso Poveda. Uno sguardo partecipe forse, anche perché con loro condivideva  la cicatrice dell’esilio, essendo nato in Algeria da genitori spagnoli fuggiti dalla dittatura franchista.

Famiglia salvadoregna

Famiglia salvadoregna

Come può passare inosservato un bambino tatuato dalla testa ai piedi? Come possono non fare rumore le grida lanciate da giovani madri, sorelle e fidanzate che ogni giorno vedono morire i propri cari? Come si può permettere il perpetrarsi di pestaggi e stupri che sono la prassi obbligata per i riti d’iniziazione?

“La vida loca” si scaglia proprio contro l’oblio che soffoca queste voci, contro l’indifferenza che sovrasta questa realtà, contro la cecità sapientemente raccontata attraverso la metafora della perdita dell’occhio della giovane donna. Contro la mancanza di quei “Padri” istituzionali che sono assenti nella vita civile come lo sono quelli naturali all’interno del documentario. Perfino nella storia della giovane appartenente alla maras 18 che è stata adottata, la famiglia è rappresentata dalla madre e la sorella. Di  uomini non ce n’è traccia, sono rimasti tutti sul campo di battaglia.

Il documentario di Poveda è uno sparo lanciato nel silenzio, lo stesso che lo ha ucciso lo scorso 3 settembre a Tonacatepeque, una zona a nord di San Salvador, di rientro da alcune scene girate a La Campanera, roccaforte della Maras 18.

Il Presidente del Salvador Mauricio Funes si è detto “sconvolto dall’accaduto” e ha aperto un’inchiesta per individuare i colpevoli. Intanto un’altra vita è stata sacrificata per la libertà di stampa. Un altro nome si va ad aggiungere, come ha ricordato recentemente Roberto Saviano, a quelli Anna Politkovskaja, Natalia Estemirova e a tutti quelli che hanno combattuto la propria battaglia attraverso le immagini e o sulle pagine dei  giornali e che, nonostante tutto, l’hanno vinta.

foto via eduardo.chang

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2 Risponde a “La vida loca”, il documentario sul narcotraffico pagato col sangue

  1. avatar
    OdioMaroni 29/10/2009 a 12:55

    Bello. devo vederlo assolutamente!

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  2. avatar
    Anonimo 30/10/2009 a 19:51

    ma che bel nome Odio Maroni! molto originale !

    Rispondi

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