La Tate Britain riapre dopo il “lifting” da 45 milioni

La grande scalinata circolare del nuovo Tate Britain, a Londra

La grande scalinata circolare del nuovo Tate Britain, a Londra

Londra – Penelope Curtis, direttrice del museo, l’aveva definito un “lifting”. Sei anni dopo, si scopre che era un’intervento in tutto e per tutto. Stiamo parlando della meravigliosa Tate Britain di Londra, che riapre oggi i battenti ai visitatori, dopo oltre settanta mesi di lavori di ristrutturazione e adattamento della struttura, lavori che sono costati 45 milioni di sterline (circa 54 milioni di euro), e hanno riguardato numerosi aspetti.

GLI INTERVENTI - A partire dalla facciata del museo, che serve nuovamente da ingresso principale della struttura, fino al suo interno, sono molte le “riforme architettoniche” della Tate, nella quale è stata montata una straordinaria scala a spirale, in marmo e vetri opachi, che dal piano terra conduce al primo piano. Prima di giungervi, però, è d’obbligo una sosta nella nuova, enorme area ristoro, dove si può scoprire un’opera di Alan Johnston, ma anche nelle classiche zone espositive, aperte ora alla luce naturale, esterna, che aumenta la visibilità delle opere esposte e riduce, al contempo, il consumo di energia del museo.

RECUPERARE E CONSERVARE - L’idea della direttrice Curtis, quando ha avviato il programma di restauro, non era di rivoluzionare l’intera composizione del museo, ma di recuperare gli aspetti più significativi, rimuovendo orpelli, ostacoli e barriere, sia architettoniche che ambientali. «Il progetto è iniziato per coprire una serie di necessità, e tra queste quella di restaurare gallerie che non erano state toccate negli ultimi cento anni. L’altra, di migliorare le installazioni per il pubblico, la circolazione nelle sale e la logica stessa dell’edificio».

LA NUOVA STRUTTURA - «Una pulizia funzionale, formale e soddisfacente», così ha definito l’organizzazione degli spazi Adam Caruso, l’architetto che insieme a Peter St. John ha curato il restauro, e che sottolinea in particolare la ripartizione della Tate Britain su tre livelli («non era così prima»), con quello di terra dedicato ai visitatori, quello centrale che resta “esclusivo” per i soci del Tate, con grandi spazi di ristoro e il Grand Saloon, una meravigliosa sala circolare prima divisa in tre spazi, con un falso tetto che copriva la grande cupola finale, dalla quale torna a entrare la luce del giorno, che illumina e fa risplendere gli eterei marmi dell’ultimo livello. «Quando si lavora su un edificio così antico, ma al contempo così vivo, l’ultima cosa della quale si ha bisogno è retorica architettonica vuota e inutile. Abbiamo fatto piani generali dell’edificio, e per certi versi siamo tornati alla circolazione tonda del passato», ha poi aggiunto Caruso.

TATE 2.0 - «La Tate che vogliamo è migliore, un museo d’arte prima che un museo, coerente in termini di unicità dell’esperienza e dei luoghi», così lo spiega Penelope Curtis, che aggiunge: «Abbiamo costruito una introduzione all’arte britannica dell’ultimo mezzo millennio, così che il visitatore, passeggiando per il museo, segua lo sviluppo cronologico. Non possiamo competere con la Tate Modern (la galleria d’arte moderna, “gemella” della Britain, n.d.r.), ma sicuramente ci aspettiamo che arriverà più gente». Gli investimenti nell’arte e nella cultura in genere, in fondo, ripagano sempre. All’estero.

Stefano Maria Meconi

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