La “svuotacarceri” non risolverà nulla. Il vero problema è la Giustizia

Paola-Severino

Il ministro della Giustizia Paola Severino

Roma – Se la Giustizia di un Paese non funziona, il Paese non funziona. Il perché è presto detto: non c’è ordine senza giustizia e non c’è giustizia (o se c’è rimane monca) che sia tale se arriva troppo tradi e con troppi oneri economici, personali, fisici, psicologici.

Fin qui l’ovvio. Brutto da sottolineare ma doveroso perché è ciò che accade in Italia ed è in questa luce che il decreto Svuotacarceri del ministro della Giustizia, Paola Severino, approvato oggi con la fiducia (420 sì, 78 no e 35 astenuti) alla Camera dovrebbe essere inquadrato.

Carceri – La legge prevede la detenzione ai domiciliari negli ultimi 18 mesi di carcere per i detenuti colpevoli di reati non gravi, status che riguarda circa 3.300 carcerati i quali potranno godere della libertà vigilata.

Sempre per reati di poco conto, la legge stabilisce la detenzione di un criminale colto in fragranza di reato in una cella di sicurezza in questura in attesa di convalida d’arresto e giudizio per direttissima. Tutte misure che – teme Angela Napoli, esponente del Fli -, in assenza di un corposo aumento di personale delle forze dell’ordine, costringeranno poliziotti e carabinieri a rimanere di guardia in sede o a rinviare le ronde per accertarsi dell’effettiva presenza del detenuto in casa con un’inevitabile maggiore libertà d’azione dei criminali attivi. Paure verosimili. Tanto più che la legge pare più un rattoppo al sistema giudiziario che un effettivo provvedimento di carattere sociale.

Che l’assetto carcerario necessiti riforme urgenti è fuor di dubbio ma attenzione a non scambiare l’effetto con la causa.

La ragione dell’apparato medievale dei centri di detenzione nostrani non esiste solo nell’assenza di strutture adeguate, che pur ci sarebbero se solo venissero qualificate, ma in una magistratura lenta che impiega anni per decidere della sorte di un individuo. Nel frattempo lo tiene in galera, in attesa di giudizio, senza ancora sapere se vi siano davvero motivi per la reclusione o meno. E questa sì che è roba da barbari. Qualche dato.

Nella relazione 2011 del ministro Severino presentata alla Camera, la fotografia della Giustizia italiana è annichilente: 9 milioni sono i processi arretrati. La media di svolgimento è di 7 anni e 3 mesi nel civile e 4 anni e 9 mesi nel penale;28 mila sono i detenuti in attesa di giudizio. Un cifra incredibile soprattutto se confrontata con un’indagine condotta dall’Associazione Antigone  nel 2011, la quale ha stimato che nelle 206 strutture penitenziarie attive vi sono circa 23 mila carcerati in più rispetto ai 44 mila che potrebbero contenere. E poi ci sono i casi di detenzione di innocenti a causa di errore giudiziario: 2.369 ogni anno (6 persone al giorno). Poi le relative refusioni al danno pagate dallo Stato: 46 milioni l’anno scorso. E via così.

Allora è lecito pensare che sia qui il nodo della questione carceraria: tempi eterni, pregressi infiniti, poco personale e la certa irresponsabilità delle toghe che maneggiano misure le quali, in qualche caso, sembrano più antidemocratiche che parti di un sistema giudiziario evoluto.

Ora, che la magistratura sia una Casta di intoccabili è cosa nota, ma un braccio istituzionale che non funziona a monte rimane inefficiente anche se si lasciasse a piede libero la peggior feccia del mondo.

carceri
ansa.it

Allora perché non intavolare una seria riforma della Giustizia anzicchè approvare papocchi? Tanto più che se si osserva la situazione al di fuori del contesto carcerario, neppure nella quotidianità del cittadino la magistratura fa miglior figura.

Lavoro – Sull’articolo 18 se ne stanno dicendo di ogni colore. La versione più accreditata tra i sostenitori dell’abolizione è che la legge inibisce le assunzioni, la creazione di lavoro e demotiva gli investitori. La diretta conseguenza pare sia che il Paese non può marciare allo stesso rapido passo del resto mondo globalizzato e si limita a stagnare in ammuffiti assetti economici in auge negli anni ’70. Può darsi che sia vero.

Certo è che se gli investimenti scappano dall’Italia è innanzitutto per una magistratura pigra che impiega circa 805 giorni per risolvere un qualsiasi contenzioso di natura lavorativa. Al Sud si toccano punte di 6 anni per concludere cause di licenziamento laddove in Spagna si spende una media di 84 giorni. E quando il protesto delle imprese riguarda la cartella esattoriale, i tempi sono ancora maggiori. Allora dove sta il problema: nell’imprenditore che non ha libertà di manovra o nella Giustizia che marcia a passo di lumaca invece che al passo del mondo globalizzato? Magari in entrambe le cose tuttavia il dubbio viene ed è lecito: in un Paese dove il potere giudiziario funziona a singhiozzo, non è che si sta confondendo nuovamente la causa con l’effetto? Chissà.

Chantal Cresta

Foto || ansa.it


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