La Sindrome Di Kessler: detriti sonici come parte di un tutto

Mentre i romani La Sindrome Di Kessler lavorano per la stesura del loro secondo album, assembliamo i frammenti di un suono tanto granitico quanto complesso e colto nel suo insieme

La Sindrome Di Kessler (facebook.com)

La Sindrome Di Kessler (facebook.com)

Nella quotidianità offerta da una vita all’insegna della musica come fonte primaria di approvvigionamento esistenziale, capita spesso di imbattersi, nel corso delle ricerche di nuovo materiale da degustare, in progetti già avviati ma comunque interessanti e, pertanto, da tenere sott’occhio anche in periodi in cui non è doveroso prendere in considerazione un determinato prodotto perché già edito da tempo e, per questo, già sufficientemente passato in rassegna da qualcuno. Wake Up News ha memoria personale di una simile percezione. Tra i casi più entusiasmanti, ad esempio, come non ricordare il nostro imbatterci in una band come quella dei trevigiani Ivy Garden Of The Desert, già usciti tempo prima con il loro terzo album ma oggetto di analisi per la dimostrazione di una tesi che vede l’Italia come un territorio non meno fertile di altri per quanto concerne generi nient’affatto sanremesi, per intenderci. Ed ecco che oggi, si rinnova questa percezione grazie all’attenzione che siamo lieti di rivolgere alla band romana che porta il nome di La Sindrome di Kessler, sensazione scaturita dall’interesse maturato in noi dall’ascolto di un paio di brani in rete e dalla divulgazione di una notizia che li annuncia in pieno periodo lavorativo per la registrazione del loro ancora anonimo secondo album.

UN SENSO DI CURIOSITA’ – Cosa ci spinge a parlare di un esordio discografico ben oltre la data della sua divulgazione? Qual è, insomma, la particolarità che attira le nostre orecchie e le trasporta al cospetto di una band come La Sindrome di Kessler? Cos’è che attrae l’udito e lo lega alle casse dello stereo per tutta la durata del loro primo disco? Innanzitutto un senso di curiosità dettato dal fascino che l’idea di una spremuta di meningi per la creazione di un secondo album irradia su chi, come noi, considera ancora il rock quale elemento basilare per la manipolazione e l’articolazione di suoni – o rumori – e contenuti (ancora ci ricordiamo il fervore provocato preventivamente dall’attesa per Il vile dei Marlene Kuntz e il successivo boato riscontrato all’ascolto). Di pari passo, però, c’è anche – oltre alla consueta fame da scoperta continua – il desiderio di vedere che strada può prendere un progetto nato già con premesse ben differenti rispetto a quelle poste in essere da altre giovani band dichiaratamente “rock” e dintorni.

La Sindrome Di Kessler (twentyzradio.com)

La Sindrome Di Kessler (twentyzradio.com)

NON SOLO ROCK – Proprio questa curiosità e questo desiderio sono alimentati da una particolare considerazione di un disco, come l’esordio eponimo della band dei romani Antonio Buomprisco (voce e chitarra), Canio Giordano (chitarra, voce, effetti), Roberto Cola (basso) e Luca Mucciolo (batteria), album uscito nel maggio del 2015 ma detentore di scintille capaci di provocare, nell’animo dell’ascoltatore attento e preparato, qualcosa di più rispetto al semplice interesse. Parliamo, appunto, di una sorta di fascinazione creata e lasciata crescere dalla proposta di un concetto molto particolare di rock. Qualcuno, tra cui gli stessi membri della band, identifica La Sindrome Di Kessler anche con l’etichetta “grunge”, ma qui viene il bello: cos’è il grunge e cosa vuole realmente significare una simile attribuzione?

LE PARTI DI UN TUTTO – Partiamo dalla scelta del nome. Per “Sindrome di Kessler” si intende, in breve, il rischio che l’accumulo continuo di detriti spaziali intorno al pianeta Terra provoca laddove le probabilità di collisione tra essi aumentano e, per diretta conseguenza, mettono in guardia da una reazione a catena che può addirittura portare alla caduta di masse cosistenti o all’impossibilità di navigare lo spazio per il mantenimento delle funzionalità satellitari. Il concetto appare sostanzialmente chiaro: tanti detriti valgono poco se presi singolarmente, ma diventano sinonimo di potenziale catastrofe (quindi assumono senso e spessore) se considerati come parti di un tutto. È questo il contesto “grunge” che può essere ascrivibile ai La Sindrome Di Kessler: un rock smembrato, frammentato, proveniente da vari e divergenti riferimenti ma perfettamente capace di fare dei propri detriti sonici qualcosa di assimilabile come unità a se stante e, proprio per questo, degna di considerazione altra.

La Sindrome Di Kessler (ocanerarock.com)

La Sindrome Di Kessler (ocanerarock.com)

GRUNGE”… – …dunque, può essere la parola chiave per approcciare il complesso sound proposto dalla band capitolina solo se si considera il dato storico e oggettivo di tale terminologia in maniera più ampia di quella commercialmente nota un po’ a tutto il globo terrestre. Sei mesi prima di Nevermind  (con radici ben piantate nella seconda metà degli anni ’80 lungo la west coast statunitense), nel 1991 uscì un album ancora non del tutto assorbito, ovvero Spiderland degli Slint. L’epoca in cui la mitica Touch And Go propose quel disco e quella band era pienamente affiliata alla terminologia “grunge” (anche se più come stile di vita che come genere musicale), ma l’uscita di un album come Spiderland rimescolò drasticamente le carte in tavola, tanto in musica quanto in personalità. Si era dinanzi ad una concezione di rock capace di andare ben oltre il rock stesso: detriti, appunto, di rock, hardcore e punk indossarono vestiti di psichedelia e intimismo compositivo per formare un unico e inclassificabile asteroide, ancora oggi oggetto di attenzione da parte degli appassionati, nonché divergente dal resto della ciurma in termini comportamentali (l’introspezione totale al posto del senso di ribellione esterna). Nei brani di Spiderland c’era, sì, l’essenza esistenzialista – a tratti nichilista – di un rock recuperato, smembrato e riassemblato per pulsare di vita propria tipico di quegli anni, ma la disposizione personale che generò quel suono era orientata in un altrove indefinibile. Se si vuole capire, quindi, perché il sound dei La Sindrome di Kessler appare così contorto, strano, magari stralunato ma tutt’altro che scontato e accessibile per chiunque, allora, bisogna necessariamente passare per quel disco e, in parallelo, per quella concezione musicale, pena il disorientamento e l’abbandono dell’interesse concettuale che sta dietro al nucleo compositivo della band romana.

IL DISCO – L’esordio discografico eponimo di Buomprisco e soci, dunque, si presenta fin dalle prime battute come una sorta di viandante che, in punta di piedi, tenta di far procedere ritmiche e fraseggi su un territorio immediatamente diverso dall’attuale pensiero comune. Con Fanfarlo, prima, e Litania, poi si evince la feconda matrice frammentaria che fa del post rock e dell’underground noise derivante anche da importanti lezioni nostrane (i Verdena delle prime due uscite, i Marlene post Vile) un solido pilastro portante, mentre nei momenti offerti da Spiraglio, Le direzioni e Condizione immune si percepisce, certo, un’attitudine grunge ma più orientata verso, appunto Slint e (perché no) Mad Season anche nella redazione di testi molto precisi e dettagliati  nel perseguimento del loro obiettivo intimista. La strumentale La detonazione delle nuvole, poi, prepara adeguatamente il terreno alle aperture di una Sinuose alterazioni che non teme di far sua anche la lezione metrica dei Massimo Volume laddove c’è da preferire recitati ad articolazioni melodiche per giungere, infine, alle liberatorie elettriche velate di gusto melodico e atmosferico espresse dal notevole trittico finale composto da In attesa, Pensieri cercati e New day con tanto di ghost track finale.

STOP THE WORLD NOW – La sostanza, in una band emergente come La Sindrome di Kessler, in fin dei conti emerge dalla sacrosanta unione di tutti i concetti espressi in questo scritto. Munirsi preventivamente delle opere suggerite in precedenza sarebbe sinceramente un gesto dovuto qualora si voglia comprendere, apprezzare e, soprattutto, rispettare la reale consistenza di un simile agglomerato. Insomma, nell’epoca dell’interconnessione forsennata, fermiamoci un attimo a riflettere e assaporare.

Voto: 7

(Foto: twentyzradio.com / facebook.com / ocanerarock.com)

Stefano Gallone

@SteGallone

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