La silenziosa rivoluzione in Islanda

Un'immagine delle proteste che hanno portato alle dimissioni del governo di Geir Hilmar Haarde

Roma – La storia della silenziosa e pacifica rivoluzione islandese è iniziata nell’ormai lontano autunno del 2008, quando le tre più importanti banche del Paese – la Landsbanki Island hf, la Glitnir Bank e la  Kaupthing Bank hf – vennero nazionalizzate a causa del pesante debito estero che pendeva sugli istituti bancari.

Nonostante il controllo statale sulle banche, la borsa segnò una pesante battuta d’arresto – con una valuta in ribasso del 76% – e venne dichiarata la bancarotta del Paese. A questo punto il governo decise rivolgersi al Fondo monetario internazionale che approvò un prestito di più di due miliardi di dollari.

Dopo un inverno incerto, nel gennaio del 2009 il popolo islandese si ribellò manifestando davanti al Parlamento, costringendo il Primo ministro Geir Hilmar Haarde alle dimissioni, dopo quasi tre anni di governo di coalizione dell’Alleanza socialdemocratica.

A febbraio dello stesso anno venne eletto il nuovo governo guidato da Jóhanna Sigurðardóttir con i socialdemocratici e la sinistra verde islandese, governo riconfermato anche nelle elezioni anticipate di aprile e di portata storica, sia perché la Sigurðardóttir è la prima donna a guidare l’Islanda, sia perchè è la prima volta al mondo che viene eletto un capo di governo dichiaratamente omosessuale.

Ma a un cambio di regime non corrisponde necessariamente un miglioramento della situazione economica generale, ed è questo il caso dell’Islanda, costretta da una legge proposta dal Parlamento a risanare il debito con Olanda e Gran Bretagna grazie al pagamento di 3,5 miliardi di euro, somma che avrebbe gravato interamente sui cittadini islandesi per quindici anni.

Così i combattivi islandesi nel 2010 decisero di occupare ancora una volta le piazze e di chiedere un referendum relativo alla legge proposta dal Parlamento. Le proteste sono continuate fino a quando il presidente Olafur Grimsson – in carica dal 1996, rieletto in tre consecutive tornate – non ha annunciato il referendum consultivo popolare, dopo aver posto il veto alla discussa legge, definitivamente accantonata dopo la schiacciante vittoria dei “No”, attestatisi intorno al 93%.

Il risultato del referendum è la chiara espressione del pensiero popolare: gli islandesi non hanno alcuna intenzione di accollarsi un debito enorme generato da una politica finanziaria disastrosa condotta da chi detiene il potere finanziario del Paese.

Ma questo non è bastato. L’Islanda vuole di più e sta facendo di tutto per ottenerlo senza spargimenti di sangue, ma con le proteste di piazza, i lanci di uova e la tenacia.

La vittoria dei “No”, però, non è piaciuta ai vertici del Fondo monetario internazionale, che ha deciso di congelare il prestito concesso, nella speranza di spingere il governo islandese al pagamento dei debiti con Olanda e Gran Bretagna.

A questo punto ecco l’ennesimo colpo di scena: a metà del 2010 il governo ha deciso di aprire un’inchiesta per giungere ad attribuire con certezza le responsabilità del crollo finanziario dell’Islanda, inchiesta a cui sono seguiti diversi mandati di cattura a carico di banchieri e top manager.

I lavori della nuova Assemblea costituente (da http://www.flickr.com/photos/stjornlagarad/5817796165/in/photostream/)

Nel bel mezzo di questa bufera – a novembre dello scorso anno – è stata eletta un’assemblea costituente composta da 25 cittadini eletti tra i 522 candidati. I requisiti necessari per essere votati ed eletti erano solo tre: la maggiore età, il sostegno e le firme di trenta cittadini e la mancanza di affiliazione partitica.

La nuova Costituente ha iniziato i suoi lavori a febbraio di quest’anno ed è recentemente divenuta famosa (ma non come meriterebbe) grazie a un’iniziativa che invita ogni cittadino a contribuire alla stesura della nuova Costituzione islandese – progetto chiamato Magna Carta, su ispirazione della Magna Charta Libertatum che Giovani Senzaterra fu costretto a concedere ai suoi feudatari e sudditi esasperati dalle sue vessazioni – attraverso i social network Facebook e Twitter, mentre su un canale YouTube creato ad hoc è possibile seguire i lavori dell’assemblea.

I lavori della nuova Assemblea costituente sono vicini a concludersi, ma in attesa degli esiti del referendum e poi della ratifica parlamentare, la bozza della Costituzione è già in rete (proponiamo il link alla pagina di Google Translate che presenta una traduzione, seppure approssimativa, dall’islandese all’italiano), mentre si sta sviluppando anche l’Icelandic Modern Media Initiative, una interessante iniziativa che dovrebbe servire a creare una rete di sicurezza, anche legale, perché il giornalismo d’inchiesta non debba scontrarsi e soccombere all’ingerenza dei poteri forti della politica e della finanza internazionali.

Questa la storia della silenziosa rivoluzione in Islanda. Una rivoluzione costruita mattone su mattone grazie alla volontà del popolo di risollevare le sorti del Paese e di non pagare le colpe di una gestione sconsiderata della cosa pubblica.

La grande stampa internazionale non ha dedicato alcuno spazio alla vicenda, forse perché è più comodo presentare come unica soluzione a condizioni economiche e sociali disastrose la lotta armata, il sangue, i morti per strada, per scongiurare il pericolo che un manipolo di cittadini consapevoli decidano di esercitare, finalmente, i propri diritti.

Francesca Penza

 

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3 Risponde a La silenziosa rivoluzione in Islanda

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    ANNAMARIA CAPICCHIONI 06/09/2011 a 11:29

    Gli Italiani dovrebbero orendere esempio da questo popolo coraggioso. Purtroppo gli Italiani sono un popolo ingovernabile ed hanno i poliitici che si meritano

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    PINO 03/10/2011 a 22:22

    non tutti gli ITALIANI

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    Emigrato per disperazione 04/10/2011 a 02:37

    non tutti, è vero… ma in democrazia la maggioranza vince, e i risultati sono quelli che vediamo, in Italia come in USA, la “democrazia più avanzata del mondo”

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