La sfida delle femministe arabe alla dittatura islamica: “Io guido con Manal”

Manal Al Sharif con il figlio

Riad – Tam tam di messaggi sui social network. Mani sul volante e battiti cardiaci alle stelle. La sfida al potere teocratico e monarchico prende il via. La rivolta delle donne saudite, per la maggior parte delle signore “occidentali” ha veramente dell’assurdo, ma una legge risalente al 1991 impedisce alla metà femminile della popolazione dell’ Arabia Saudita di poter prendere la patente e guidare.  Una norma fortemente discriminante e invalidante per l’autonomia e l’autostima delle cittadine del Paese arabo. A stabilire l’estromissione delle donne dal mondo dei centauri a quattro ruote non è una legge qualunque, ma ancor peggio un precetto religioso (fatwa). La giustificazione della fatwa? «Permettere a una donna di guidare significherebbe provocare un miscuglio di generi che metterebbe la donna in serio pericolo, e porterebbe al caos sociale».

Come in ogni cambiamento epocale c’è sempre qualcuno che rompe con gli indugi e paga sulla propria pelle il gesto di rivolta, e infatti dietro la sfida lanciata a questa società fortemente maschilista c’è un nome: Manal Sharif, una saudita di 26 anni. La giovane ha pagato con il carcere la propria ribellione, nove giorni passati nelle patrie galere del Regno wahabita. Manal non è stata colta in flagranza di reato, ossia fermata mentre guidava un’auto, ma per rendere il suo gesto ancor più plateale e ampiamente visibile a tutte le donne si è filmata durante la sua “bravata” e ha poi postato il video su YouTube. Una provocazione che le è costata l’arresto alle tre del mattino del 22 maggio scorso.  È stata rilasciata solo il 31 maggio dopo che ha ritrattato tutto. Probabilmente un’abiura che le è stata estorta con la forza dalle autorità.

 

Donna saudita alla guida

Ma il suo piccolo atto ribelle ha sortito i suoi effetti. A distanza di poco più di due settimane dal suo rilascio le sue “sorelle” hanno raccolto il suo messaggio e si sono messe al volante, per la prima manifestazione ufficiale dal 1991. Vent’anni fa altre pioniere velate, infatti, avevano sfidato la legge dell’unico stato al mondo che proibisce alle donne di guidare. Oggi è tutto documentato attraverso i social network, come dimostra la pagina Twitter dell’editorialista Tawfiq Alsaif: «Stiamo tornando dal supermercato. Mia moglie ha deciso di cominciare la giornata mettendosi alla guida sia all’andata che al ritorno». Fiero di far parte dell’onda del cambiamento anche il presidente dell’Associazione saudita dei diritti civili e politici, Mohammed al-Qahatani, che lancia il tweet: «Mia moglie Maha ed io siamo appena rientrati da un giro in auto di 45 minuti. Ha guidato per le vie di Riad».

Ma non solo mariti emancipati denunciano pubblicamente di essere complici dell’”orrendo delitto”, sono decine le donne saudite che attraverso Facebook si sono autodenunciate postando il loro nome sulla pagina del noto social network, creata per protestare contro il divieto di guida per le donne in Arabia Saudita. Gli amministratori e organizzatori della campagna ‘io guido’, fanno sapere che l’iniziativa andrà avanti «fino alla pubblicazione di un decreto reale che autorizzerà le donne a guidare».  Anche Amnesty International ha lanciato un comunicato rivolgendosi  alle autorità perché «smettano di trattare le donne come cittadini di seconda classe e aprano le strade del regno alle donne al volante».

«Le donne mediamente sono molto più coraggiose degli uomini e da tempo stanno dimostrando questo coraggio sfidando i divieti imposti dai vertici sauditi – è il commento fatto dall’attivista Mohammed al Qahtani, riportato da Arab News – Non mi sorprenderebbe se avesseroun ruolo determinante nella nostra battaglia per le riforme».

Sabina Sestu

Foto: www.tg1.rai.it; mobile.ilmanifesto.it

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