La scienza contro la ludopatia, la battaglia si vince sulla materia grigia

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La ludopatia è a tutti gli effetti assimilabile ad una dipendenza. Coinvolge all’incirca il 4% dei giocatori, molti dei quali correlano la dipendenza dal gioco d’azzardo ad altre piaghe sociali come la disoccupazione. Per il DSM-5, questo è un fenomeno paragonabile all’alcolismo o alla dipendenza da droghe, e di conseguenza può generare dipendenza. Dalla Gran Bretagna arriva però un nuovo approccio per la cura dei pazienti ludopatici, che nasce dallo studio della dottoressa Henrietta Bowden-Jones, a capo della National Problem Gambling Clinic, reparto della NHS Foundation Trust di Londra.

LO STUDIO DELLA BOWDEN-JONES – Lo studio parte dall’assimilazione del gioco alle dipendenze “classiche”, come droga, fumo e alcool, per trovare un punto di contatto anche nelle strategie futuro di trattamento di pazienti che a tutti gli effetti hanno una patologia: il gioco d’azzardo. Le dichiarazioni della Bowden-Jones puntano alla possibilità di una trasmissione genetica della dipendenza da gioco. Individuando quindi di conseguenza le aree del cervello interessate dalla ludopatia, lo studio si muove nella direzione dell’individuazione di trattamenti mirati, anche per evitare le possibili ricadute. Nel dettaglio, quando un individuo gioca, assecondando i suoi impulsi apparentemente innate, l’insula e il nucleo accumbens sono molto attive. Si tratta di aree molto particolari della materia grigia, fortemente coinvolte nel processo decisionale, nella stima e nella moderazione degli impulsi, già in precedenza legate alle dipendenze.

IL FENOMENO IN ITALIAIn Italia non si può certo sottovalutare il gambling e la dipendenza da gioco: è una vera e propria impresa, la terza dell’intero territorio, in grado di portare alle casse dello stato introiti superiori agli 8 miliardi di euro, dà lavoro a migliaia di italiani ed è radicato ormai sul territorio, come attesta uno studio infografico pubblicato su Giochidislots il 9 Gennaio 2016. Per queste motivazioni, la facile diffusione del fenomeno deve produrre maggiore attenzione anche all’incremento dei giocatori patologici.

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LE SOLUZIONI PROPOSTE DAL MEDICAL RESEARCH COUNCIL – Per combattere la ludopatia, la professoressa Anne Lingford-Hughes, co-autrice del Dipartimento di Medicina presso l’Imperial, ha fornito un’evoluzione ulteriore all’interesse della ricerca, sostenendo che spesso a condizionare lo stimolo di gioco è l’impulsività – che provoca quindi una cancellazione delle cognizioni sulle conseguenze negative di determinate azioni -, ma anche gli stati d’animo e lo stress, che spesso provocano frequenti ricadute, che potrebbero essere evitate con il monitoraggio delle attività nell’insula e nel nucleo accumbens.

Le soluzioni proposte dagli studiosi britannici sono descritti all’interno di un macro-programma, che analizza le attività cerebrali nel confronto con ogni tipo di dipendenze. L’intero studio è stato finanziato dal Medical Research Council con l’obiettivo di apprendere maggiori nozioni sugli input che emette il cervello, fornendo un contributo essenziale sia sulla prevenzione della ludopatia, sia sul trattamento dei giocatori patologici durante i diversi step dipendenti dalla gravità della dipendenza. «Il punto cardine dell’intero trattamento – evidenziano gli scienziati della National Problem Gambling Clinic – resta la terapia psicologica, intesa come cura cognitivo-comportamentale. In tal senso, può essere utile l’aggiunta di farmaci con funzione di bloccanti, come il naltrexone d’origine oppiacea.

I prossimi passi della ricerca riguarderanno un’analisi più approfondita delle risposte che restituiranno quei soggetti che hanno evidenziato disturbi legati al gioco d’azzardo e che sono stati sottoposti ai dati di visualizzazione cerebrale, il sistema degli oppiacei presente nella materia grigia in grado di elaborare il riconoscimento e i gradi di piacere.

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