La scelta della Birmania

Alla fine di maggio in Birmania, lo stupro e l’omicidio di una donna buddista per mano di tre uomini musulmani, ha scatenato una reazione a catena portando a una serie di omicidi da parte di entrambe le etnie. Un centinaio di buddisti ha reagito alla violenza subita dalla donna linciando e uccidendo una decina di musulmani, i quali non hanno fatto tardare la loro risposta dando fuoco a centinaia di case della comunità buddista, uccidendo decine di persone e lasciandone senza tetto in migliaia.

La vicenda è avvenuta nello stato del Rakhine, striscia di terra nella parte occidentale del Paese al confine con il Bangladesh, famosa alle cronache internazionali proprio per i continui scontri tra le due comunità residenti nella zona, formata da una maggioranza buddista e dall’etnia musulmana dei Rohingya, per lo più emigrata dal Bangladesh. Ma è giusto definire l’omicidio che ha fatto scaturire le violenze casus belli, considerando che le ostilità tra i due gruppi religiosi sono profonde e da ricercare nel passato. Un odio etnico presente da sempre in questo territorio.

I musulmani in Birmania rappresentano di certo la minoranza, sebbene stime attendibili affermano che il numero della popolazione oscilli intorno al 10 percento ed è presente in tutte le zone del Paese. I Rohingya ne rappresentano solo una parte – circa 800.000 persone – essendo i discendenti dei bengalesi che nel quindicesimo e sedicesimo secolo occuparono la zona del Rakhine, per poi essere annessi al regno birmano. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale il numero è aumentato per la maggiore migrazione dal Bangladesh dovuta alla pesante crisi che Paesi come India e Pakistan stavano attraversando.

A differenza della restante parte musulmana, abbastanza integrata con la popolazione buddista, i Rohingya hanno sempre vissuto in uno stato di enorme discriminazione da parte dei cittadini di fede buddista e dal governo militare che non li considera neanche come cittadini birmani, vietando con leggi specifiche la costruzione di moschee o limitando ai membri della comunità la possibilità di effettuare il viaggio alla Mecca. E sono di pochi giorni fa le pesanti dichiarazioni del presidente della Repubblica birmana Thein Sein, seguite agli scontri, che ha minacciato l’espulsione degli 800.000 musulmani.

Tra le repressioni più gravi che i Rohingya hanno dovuto subire nella storia, furono particolarmente cruente quelle nel 2001, quando il regime militare cavalcò l’onda delle preoccupazioni del terrorismo islamico successive all’11 settembre attivando pogrom e violenze estreme nei confronti della comunità, pur non essendo mai stata scoperta alcuna connessione di questa con i terroristi. Le vicende non ebbero la meritata attenzione mediatica a causa dei proficui sforzi del governo nel non far trapelare nulla. Ma secondo Amnesty International si sono verificati numerosi soprusi e violazioni dei diritti umani.

Gli scontri di queste ultime settimane, nonostante la situazione si sia placata negli ultimi giorni, si pensa possano riaccendersi da un momento all’altro. I primi a voler evitare che questo avvenga sono i rappresentanti del governo, che vedrebbero fortemente compromessi interessi politici, diplomatici – Barack Obama ha da poco annunciato il ritorno alla possibilità d’investimento delle compagnie americane nel Paese dopo 15 anni, mentre il premio Nobel per la pace e leader dell’opposizione birmana San Suu Kyi  ha pochi giorni fa partecipato per la prima volta a una seduta in Parlamento – ed economici in ascesa, considerando che il territorio del Rakhine è di importanza vitale per la Birmania. Dichiarando lo stato di emergenza dopo l’inizio degli scontri, Thein Sein ha parlato di «fatti gravi che potrebbero compromettere la democratizzazione del Paese», non specificando però le questioni legate agli interessi di cui sopra.

Nel 2005 infatti la Birmania ha concluso un accordo con la Cina, per la vendita nei successivi trent’anni di gas presente in un giacimento di gas naturale nel sottosuolo di Sittwe, capitale del Rakhine. Dal quel momento i rapporti commerciali tra i due Paesi si sono rafforzati con successivi accordi, come la costruzione di una ferrovia che unirà Kyaukpyu a Kunminge – termine dei lavori previsti per il 2015 – che permetteranno crecita economica nell’area e per la Cina la possibilità di avere sbocco diretto sull’oceano evitando lo stretto di Malacca.

E i rapporti economici di larga portata non finiscono qui poiché anche l’India ha intrapreso con la Birmania un progetto per la realizzazione di una grossa rete infrastrutturale capace di migliorare i trasporti tra i due Paesi.

Più che una minaccia alla democrazia pare evidente che gli scontri che stanno avvenendo nello strategico territorio di Rakhide tra buddisti e musulmani possano rappresentare per il regime una minaccia agli enormi interessi economici in ballo. E mentre l’Onu e la Comunità internazionale continuano a lanciare appelli, il Paese è a un bivio storico: scegliere tra repressione totale ed evoluzione collettiva, grazie a leggi capaci di mantenere una prima condizione di stabilità, per garantire poi una successiva fase di crescita sociale.

Gian Piero Bruno

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