La rinascita di Zeinab: una donna musulmana con un coraggio da leonessa

musulmanaQuesta è la storia di Zeinab e della sua grande rivoluzione personale. È la storia dei suoi occhi neri e della sua immensa forza interiore. Una forza che l’ha condotta a liberarsi dalla sua trappola e che le ha restituito la vita. Zeinab è una donna musulmana, di orientamento sciita, che ha lottato affinché fosse rispettata la sua dignità di donna, affinché la sua famiglia riconoscesse i suoi diritti basilari e per liberarsi, una volta per tutte, dal peso di tante costrizioni insostenibili, compresi quegli abusi e quelle violenze da parte di suo marito che per troppi anni ha subito in silenzio. Zeinab spera di essere un modello di vita, un esempio di coraggio per le sue figlie e per centinaia di donne musulmane.

Chi è Zeinab e cosa ha fatto - Zeinab nasce a Beirut 36 anni fa. Giunta all’età del matrimonio, è costretta a sposare un uomo che non conosce affatto, per volere della sua famiglia e di quella del suo futuro marito. «Ci siamo incontrati e sposati nel giro di 10 giorni – racconta la donna – non ho neanche fatto in tempo a guardarlo bene in faccia». Dall’unione con l’uomo, nascono tre figli: due femmine e un maschio. Dopo 5 anni di matrimonio – e dopo una lunga ed estenuante lotta – Zeinab trova il coraggio di togliersi il velo sollevando un polverone nella sua

musulmanafamiglia e suscitando lo scandalo della sua comunità, soprattutto delle altre donne islamiche. Dopo 13 anni di matrimonio, stanca di servire suo marito e di sottomettersi a ogni suo volere – compresi i rapporti sessuali che era tenuta ad avere nonostante non fosse d’accordo – Zeinab trova la forza di chiedere il divorzio e lasciare, una volta per tutte, quell’uomo fonte di tanta sofferenza. Ora, Zeinab vive in Italia, a Roma. Si è ripresa le redini della sua vita. Ha trovato un lavoro e ha affittato un appartamento. Si è tagliata i capelli e ha ripreso i suoi studi in Scienze politiche. Ma giura: «Non è stato affatto semplice».

«E anche ora – continua la 36enne libanese – non è facile. Ma le donne devono avere coraggio. Noi donne musulmane dobbiamo essere un esempio per le nostre bambine». «Tutte noi sappiamo che arriviamo a pagare con il nostro sangue ogni scelta non  opportuna – afferma Zeinab – Mio marito stesso mi ha molte volte minacciato di morte, “ti ucciderò nel momento giusto – ha detto – sceglierò il momento giusto”. Ma noi non dobbiamo perdere il coraggio e l’occasione di mostrare una via diversa alle nostre figlie».

La sua battaglia - Zeinab ha combattuto con le unghie e con i denti per ottenere tutto ciò che ora ha: una vita “normale”. La ragazza di Beirut si è conquistata ogni briciola di indipendenza, di libertà, di emancipazione. Concetti quasi scontati per le nate in Occidente ma che non lo sono affatto musulmanaper molte donne appartenenti al mondo mediorientale. «E pensare che una volta il Libano era la Svizzera d’Oriente – commenta Zeinab – e invece ora siamo indietro di duemila anni. Continuiamo a regredire invece di andare avanti». E prosegue: «È assurdo che nel 2013, in Medio Oriente, si discuta ancora sul fatto che a 9 anni una bambina debba sposarsi. Ma chiedere una legge sarebbe impossibile, significherebbe andare contro la sharia (la legge islamica); però si può e si deve aumentare la sensibilità».

La sua famiglia - La madre di Zeinab si è sposata a 14 anni in un matrimonio combinato con un uomo più grande di lei di quasi 30 anni. Dall’unione sono nati 5 figli. «Lei non ha mai saputo darmi il buon esempio – spiega Zeinab riferendosi a sua madre – io, invece, voglio essere un modello da seguire per le mie figlie e per le mie nipotine». E continua: «Non è facile per nulla. Parlare è facile. Ci sono alcuni momenti in cui io crollo. Ma poi ce ne sono altri in cui mi dico: “una mamma vera può arrivare a saltare le montagne per i suoi figli”. E io sono sicura  – dice la donna musulmana – che questo mio coraggio le mie figlie lo capiranno perché hanno visto tutto quello che io ho subìto e tutto ciò che ho fatto per riprendermi i miei diritti». Nonostante gli attimi di sconforto, Zeinab riesce a ritrovare subito la fiducia nella sua battaglia: «So qual è la strada giusta da percorrere per la mia persona, per i miei diritti, per il mio libero arbitrio».

Il suo matrimonio - «La mia storia è tipica di tutte quelle donne – in età di matrimonio – le cui famiglie aspettano l’estate per costringerle a sposare forzatamente un uomo concordato – racconta Zeinab – Da noi l’estate è una stagione di matrimoni perché in estate i ragazzi che lavorano in Europa o in America vanno in ferie e dunque rientrano in Libano per chiedere in matrimonio la sposa promessa. Inoltre, chi lavora fuori viene considerato benestante grazie al cambio della moneta». «Dunque, loro vanno in ferie e, nel giro di un mese, vogliono fare tutto.  Io – prosegue Zeinab - sonomusulmana stata indicata a mio marito da suo padre che aveva già parlato con mio padre ed entrambi si erano messi d’accordo nel combinare il matrimonio. Poi, il padre di mio marito ha comunicato la decisione a suo figlio e mio padre l’ha comunicata a me. Quindi, il mio futuro marito è venuto a vedermi, a controllare che corrispondessi alle sue aspettative. E a quel punto ha detto: “Ok. Questa sarà mia moglie”. Ci siamo incontrati per la prima volta il 3 agosto. Ci siamo sposati il 14 agosto perché lui non aveva tempo, doveva tornare in Italia al suo lavoro di tecnico ascensorista. Non abbiamo neppure fatto in tempo a conoscerci – si lamenta – L’ho sposato che neanche ho avuto il modo di guardare bene il suo viso». Per migliaia di ragazze in Medio Oriente funziona così. Ed è quasi impossibile cambiare il corso delle cose. «E tu sei costretta a farlo, a sposarti forzatamente – spiega Zeinab – i tuoi genitori ti dicono: “basta! Devi sposarti con lui, perché noi sappiamo meglio di te chi è l’uomo più giusto. Perché suo padre è cugino di nostro padre, quindi è meglio uno che conosciamo piuttosto che uno che non conosciamo, così se succede qualcosa ti danno delle garanzie”. Ma poi, quando chiedi aiuto, si dimenticano di tutte le garanzie promesse. E così che è successo a me».

Il divorzio e l’opposizione della famiglia d’origine - «Quando ho comunicato ai miei genitori la mia intenzione di lasciare mio marito, loro mi hanno detto: “noi non accettiamo figlie che lasciano il proprio uomo. Torna immediatamente a casa da lui”. Prima di chiedere il divorzio qui in Italia, ho chiesto aiuto alla mia famiglia diverse volte. Ma tutto quello che sono riusciti a dirmi è stato: “ritorna subito da tuo marito e smettila di fare la testarda, non fare la ribelle”.  È per questo che mi sono rivolta al tribunale italiano. E questo mio marito non l’ha mai mandato giù. “Vostra figlia è un’infedele all’islam – ha detto ai miei genitori – perché preferisce chiedere la separazione in Europa piuttosto che al tribunale musulmano”. Così, ha cercato di manipolare i miei».

«Non è stato facile. Per niente facile. I miei genitori non hanno voluto aiutarmi nonostante tutta la sofferenza che io ho riferito di aver subito da mio marito – segue a raccontare Zeinab –  loro mi hanno detto: “è tuo marito, lui è libero di fare quello che vuole, tu devi stare zitta, non devi alzare la voce contro di lui”. E poi mio padre ha continuato: “Non lo sai che alla gallina che fa il verso del gallo le tagliano la testa?”. Per i miei  genitori la mia scelta non rappresenta un diritto, una libertà fondamentale, per loro è solo un grande disonore, una vergogna».

I figli di Zeinab - «Mio marito mi ha rubato i miei tre figli – dice Zeinab – ora sono in Libano, nella sua casa in campagna. Li ha portato là affinché io non possa vederli. Così facendo, può appellarsi alla legge islamica secondo cui è giusto che i figli restino a lui. Qui in Italia, la legge affiderebbe a me i bambini. Quindi, per punirmi – non per amore verso suoi figli, ma soprattutto per punire me  – li tiene rinchiusi in Libano. Inoltre, lui non mi ha concesso il divorzio, quindi siamo ancora formalmente sposati». Zeinab non vede i suoi figli da un anno e mezzo e non riesce neanche a sentirli poiché il marito glielo impedisce. «Una delle mie figlie ha tentato di mettersi in contatto con me tramite WhatsApp ma il padre l’ha scoperta e le ha vietato di ripetere il tentativo.

“La casa dell’obbedienza” - Il marito di Zeinab si sarebbe appellato a una legge islamica che si chiama “La casa dell’obbedienza” per cui un musulmano che non vuole divorziare dalla moglie e vuole obbligarla ai doveri matrimoniali può farlo in tribunale appellandosi questa normativa.  A questo punto la decisione del giudice è quasi sempre una: «se suo marito ha invocato la legge della casa dell’obbedienza lei è costretta a tornare a vivere in Libano, sotto il tetto coniugale, nella casa che lui ha scelto per voi». «E lui ha scelto per me una casa in campagna, mentre io sono una figlia della città – spiega Zeinab – Una casa dalla quale io non posso uscire senza il suo permesso. Un posto dove devo restare chiusa e dove sono costretta ad assolvere i miei doveri matrimoniali verso di lui: io sono obbligata ad avere rapporti sessuali anche senza il mio consenso, solo per soddisfare il suo piacere e se io mi tirassi indietro lui potrebbe usare violenza, poiché questa è consentita dalla religione islamica. Inoltre ha più volte minacciato di uccidermi e ha detto di avere tutte le intenzioni di vendicarsi per il mio comportamento».

La rinascita di Zeinab - «Questa è la mia rinascita – afferma Zeinab con occhi colmi di forza – Piano piano, qui in Italia, ho cominciato a lavorare e ho ripreso a studiare. E poi io sono una che legge tanto e questo mi è servito molto per aprire un po’ i miei orizzonti su certe questioni. Là, in Libano, sono guardata in un modo  raccapricciante.  Già per il fatto che mi sia tagliata i capelli “come un maschio” sono rifiutata da tutti». «Ciò che prima ritenevo fosse un dovere matrimoniale – spiega Zeinab – ora ho capito che invece è una violenza. Ma quando cresci in una cultura, in un ambiente, in una religione in cui esiste solo una via possibile non riesci a scorgere vie d’uscita. E non immagini neanche che possano esistere. Forse nemmeno te lo chiedi».«Cerchi la salvezza aggrappandoti ai principi islamici, alla promessa del paradiso, anche se soffri moltissimo. Sin da piccolissime – prosegua la ragazza – noi donne siamo bombardate da mille bugie. Ci dicono che siamo obbligate agli atti sessuali anche se non lo vogliamo perché se ci tiriamo indietro o ci ribelliamo gli angeli ci maledicono. Ma io mi chiedevo: è possibile che gli angeli non abbiano niente di meglio da fare che spiare la mia camera da letto? Ma poi subito mi sentivo in colpa e pregavo Dio: perdonami Allah perché ho pensato queste cose. Questo è solo un piccolo esempio di conflitto interiore che, piano piano, ha cominciato ad alimentare altri pensieri».

Doveri e diritti: il tempo della ragione sulle convinzioni comuni - «E così ho cominciato ad aprire gli occhi – confessa Zeinab – ho iniziato a ragionare: ma è possibile che noi donne dobbiamo fare tutto questo per soddisfare l’uomo, per fare in modo che lui comandi sulla nostra esistenza? Da noi, una donna che sta al suo posto dovrebbe servire l’uomo in tutti i modi richiesti per non essere divorata dal senso di colpa. Ragionando, però ho capito che questo non è un dovere e che devono esistere anche dei diritti per la donna. Invece da noi, ad esempio, ci dicono:musulmana tu hai il dovere di lavare i piedi di tuo marito, tu hai il dovere di tagliare le sue unghie, tu hai il dovere di strofinare la sua schiena nella doccia. Mai ci hanno detto: tuo marito ha il dovere di fare questo per te». E prosegue: «L’unica cosa che l’uomo è tenuto a fare per la donna è darle da bere e da mangiare. Tutto il resto è un dovere verso il maschio, noi dobbiamo sottometterci completamente alle richieste dell’uomo. Ma io, mi sono detta, non sono mica una cagna».

Donne musulmane e cambiamento - «Solo quando la donna comincerà a capire che oltre ai doveri verso l’uomo ha anche dei diritti –  afferma con convinzione la 36enne musulmana – solo a quel punto comincerà a muoversi qualcosa nei nostri paesi, a cambiare qualche abitudine; solo così la donna inizierà ad avere un po’ di voce in capitolo. Ma finché le donne sono d’accordo con gli uomini, finché guardano e giudicano altre donne senza velo come grandi peccatrici, finché le mamme sono d’accordo coi matrimoni combinati e nel far sposare le loro figlie a 9 anni, noi non arriveremo da nessuna parte. Fino a quando esisteranno donne che giudicano altre donne per il loro coraggio di prendere scelte diverse, resteremo sempre a questo punto inaccettabile. Alcune donne sono addirittura più integraliste degli uomini: finché continueranno ad essere educate così, non si faranno passi avanti».

Il peso della religione - «Ho fatto degli studi e delle riflessioni sulla religione musulmana – spiega Zeinab – e mi sono resa conto che l’islam non è quello che ci fanno credere questi uomini. Non soltanto questa è un’interpretazione sbagliata dell’islam, ma gli uomini usano questa lettura della religione per fare in modo che sia utile ai loro scopi, poiché fà comodo a loro». «Ma queste persone – prosegue la donna mentre si avvia alla conclusione – mi fanno dubitare dell’islam perché io non ho mai sentito di una religione così concentrata sulle donne». Zeinab fa un esempio illuminante: «Perché se la donna commette un peccato viene lapidatamentre il maschio viene solo frustrato? Questa è già una grande ingiustizia, perché per un peccato uguale dovrebbe esserci una eguale punizione. Ciò significa che l’uomo ce l’ha in qualche modo con la donna. E – si chiede Zeinab – chi è questo Dio che ce l’ha con la donna che lui stesso ha creato? Io sono convinta – conclude la donna – che la religione musulmana sia stata molto modificata attraverso le parole. Io non credo che Allah abbia detto a un profeta: dovete trattare la donna in questo malo modo».

Chiara Piselli

(Foto: fanpage.it, euronews.com, west-info.eu)

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