La resa di Armstrong

Con una comunicazione sul suo blog, il ciclista statunitense Lance Armstrong ha annunciato l’intenzione di non proseguire nella strenua difesa contro le accuse di doping avanzategli dall’Usada, l’agenzia antidoping della sua nazione. Con questa presa di posizione, Armstrong mette a rischio le sette vittorie al Tour de France e potrebbe incorrere in una radiazione a vita da parte dall’attività sportiva.

Lance Armstrong, sette Tour in carriera (metro.co.uk)

Il lungo testo di Armstrong non suona come la resa di chi ammette l’errore: è invece una denuncia a quelli che ritiene soprusi, una risposta alle supposte violazioni dei suoi diritti commesse dall’Usada in quella che definisce una “caccia alle streghe”.
E il copione prevede inevitabilmente un cattivo, che prende il nome di Travis Tygart, presidente dell’Usada: “È un giorno triste per tutti quelli che amano lo sport – ha commentato proprio Tygart – questo è un esempio che spezza il cuore di come la cultura dello sport del vincere a tutti i costi, se non controllata, supera la giusta, sicura e onesta competizione”, lasciando trapelare la chiara convinzione che Armstrong abbia fatto ampiamente uso di mezzi vietati.

Il campione, però, smentisce e dal blog ricorda che in diciassette anni di carriera mai ha fallito un controllo: e dire che ne deve aver subiti migliaia. Questo non è bastato alle corti che si sono espresse fin qui, le quali, pur non condannandolo, hanno sempre lasciato via libera alle indagini sul suo conto, nonostante i termini di retroattività siano per regola di “soli” 8 anni. Più che sui dati medici, infatti, le accuse vivono su ammissioni di ex-compagni. Estate di pentiti nello sport, a quanto sembra, se teniamo conto anche degli affari di casa nostra: e, come nel calcio-scommesse, la questione si ferma sulla credibilità di queste testimonianza, sulla veridicità dei pentimenti.

Armstrong in questi anni è stato più di un ciclista, anche più di un campione. Due carriere, la prima con un campionato del mondo sotto la pioggia di Oslo, l’altra con sette maglie gialle indossate a Parigi: in mezzo tre anni di stop per una malattia che poteva essere letale. A partire da questa, una lunghissima lotta contro il cancro, al fianco di tutti coloro che soffrono come ha sofferto lui. Per moltissimi Lance Armstrong è la dimostrazione che si può sconfiggere anche un’atroce malattia e tornare alla vita normale. Anche alla vita superlativa di un campione dello sport.

L’Usada promette fuoco e fiamme: soprattutto promette molto bianchetto per correggere l’albo d’oro della Grande Boucle. Queste, però, sono solo illazioni: la decisione finale spetta all’UCI – Unione Ciclistica Internazionale – che ancora non si è espressa al riguardo e che attenderà sicuramente l’esito definitivo del procedimento per deliberare riguardo a quella striscia miracolosa, mai ottenuta da nessuno e difficilmente ripetibile.

Andrea Bosio

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