La recensione di “The Master”. Un capolavoro mancato.

The Master, recensione, Philip Seymour Hoffman, Joaquin Phoenix

Joaquin Phoenix

Il modo più onesto e diretto per parlare di un film come The Master è ammettere la difficoltà per il sottoscritto di iniziarne la recensione senza nascondere una forza respingente che impedisce di mettere nero su bianco le considerazioni strutturali e soprattutto emotive sul film. Cosa ha davvero lasciato dentro quest’ultima opera di Paul Thomas Anderson? Un film che pare enorme e pesante e poi vuoto e leggero, che sfiora il capolavoro ma che allo stesso modo potrebbe essere relegato in breve tempo a una semplice prova stilistica del regista. Il quale pare abbia deciso consapevolmente di tagliare fuori il pubblico non coinvolgendolo e godendo in solitaria della sua ineccepibile arte registica.

Ma la sensazione in assoluto più forte che  resta a poche ore dalla visione di una pellicola tanto attesa è la voglia di rivederlo insieme all’impossibilità di evitare ragionamenti e considerazioni a riguardo. Anche per questo The Master è prima di tutto un film con la f maiuscola. Il lavoro ambizioso ed enigmatico di Anderson ha un suo modo unico di attrarre e respingere. Nell’atmosfera rarefatta, nella sua complessità, nella maestosa bellezza della regia, nell’uso eccezionale degli spazi e dei colori, nel piacere unico nell’assistere alla recitazione di due attori fenomenali – Philip Seymour Hoffman e Joaquin Phoenix – nella straordinaria colonna sonora di Jonny Greenwood, chitarrista dei Radiohead. Di certo però non è un film per tutti.

Il Maestro interpretato da Hoffman, Lancaster Dodd, capo di una setta negli Stati Uniti del millenovecentocinquanta rappresenta la guida per i figli di una nazione in lotta con se stessi e alla ricerca di una propria identità, persone spaesate nella società dopo la fine del conflitto mondiale. Appena tornato dalla guerra il rabbioso Freddie Quell – Joaquin Phoenix – dilaniato dalla vita, viene accolto tra le braccia di Dodd nella sua setta “La Causa”. Freddie, figlio di una donna rinchiusa in manicomio e di un padre morto per colpa dell’alcol, sociopatico, istintivo, ossessionato dal sesso e alcolizzato diverrà la cavia-protettore proprio di Lancaster Dodd instaurando con lui un rapporto morboso sin dal primo incontro, un’attrazione tra due anime sole che crescerà durante tutto il film. L’uno colto, carismatico, l’altro solitario e violento ma entrambi due facce della stessa medaglia, entrambi bisognosi della presenza di un punto di riferimento per indirizzare la propria vita.

The Master, recensione, Philip Seymour Hoffman, Joaquin Phoenix

Joaquin Phoenix e Philip Seymour Hoffman

Metafora, i protagonisti, di una società incapace di crescere ed evolversi, di rendersi libera senza la presenza di un maestro, dalla coscienza soggetta all’archetipo della guida, del modello, impossibilitata a dimenticare i peccati del passato, le colpe dei padri. Assistere al rapporto tra i due che cresce e si sviluppa per lo spettatore è infatti come osservare l’evoluzione di un rapporto medico-paziente dove il medico non possiede però le capacità adeguate per rendere libero il proprio paziente. Sono questi, quelli delle sedute tra i due protagonisti, i momenti di maggiore e vivida intensità del film. Sebbene per alcuni il parallelismo tra la setta della pellicola “La Causa” di Dodd e Scientology risulti evidente, il pretesto della setta e del suo sviluppo serve al regista a focalizzare la vera tematica del film, quella cioè della libertà dell’individuo e il suo sviluppo psicosociale negli Stati Uniti degli anni cinquanta, sulla nascita della società che sarà la base e sulla quale verrà costruita quella moderna, americana e occidentale. Figlia dei mostri e delle paure, dell’indottrinamento confuso e infantile, dell’enorme difficoltà di mascherare e reprimere un istinto animale fortemente presente, della voglia di immaginare un passato diverso rispetto al reale ricordo di una storia che parla di barbarie e atrocità.

Il punto debole di The Master è la mancanza di sviluppo e dinamicità della storia dopo un parte iniziale che prometteva ben di più. La lentezza in alcuni momenti del film è funzionale allo sviluppo delle vicende ma altre volte pare estremamente eccessiva e ridondante. Le promesse che la prima mezz’ora regala non verranno mantenute neppure alla fine della pellicola nonostante il fascino di una fenomenale struttura registica. L’attesa di risposte quasi mai appagata. E dunque sebbene resti un film comunque da vedere, a prescindere,  il fallimento sostanziale rispetto alle attese è nella grandezza del proposito dichiarato e nel risultato finale ben lontano da questo. La singolarità  di quest’opera risiede nell’incredibile fascino che trasmette e accompagna lasciando la sala e nella consapevolezza e lo sconforto allo stesso tempo di sapere che il regista abbia a malincuore mancato il bersaglio.

Gian Piero Bruno

@GianFou

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

Ti è piaciuto questo articolo? Fallo sapere ai tuoi amici

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

 
Per inserire codice HTML inserirlo tra i tags [code][/code] .

I coupon di Wakeupnews