La questione di Taiwan. Simbolo di una rivalità inevitabile

Nuovi contrasti fra USA e Cina in seguito alla decisione dell’amministrazione Obama di vendere armamenti a Taiwan

di Marco Luigi Cimminella

Sono passati solo alcuni mesi dal viaggio di Obama in Oriente. Lo scetticismo di coloro che ritenevano inutile qualsiasi tentativo di sciogliere gli antichi dissapori, accumulati in anni di storia, fra le due potenze, si è dimostrato abbastanza fondato. Il discorso del presidente agli studenti di Shangai, nel novembre 2009, non è riuscito a far dimenticare quella profonda discrasia politica, economica, culturale, che separa due universi diametralmente opposti l’uno all’altro. Il pragmatismo della Casa Bianca è cozzato contro la dura intransigenza del dragone cinese, lasciando le richieste americane inascoltate. Le questioni scottanti che dividono irrimediabilmente Washington e Pechino sono tante. Pensiamo al problema dei diritti umani, alla vicenda del Tibet e alle tensioni commerciali e finanziarie che caratterizzano i rapporti fra i due paesi. E naturalmente, la riapertura della questione taiwanese non migliora la situazione.

Pochi giorni fa, Washington ha deciso di vendere nuove tecnologie belliche al governo di Taipei, provocando una scontata reazione di opposizione da parte di Pechino. Obama ha così deciso di seguire la politica del suo predecessore, il repubblicano G.W.Bush, rifornendo le forze militari taiwanesi e riaprendo una brutta ferita nella recente storia cinese. In particolare, secondo il portavoce del ministero della difesa di Beijing,  Washington avrebbe violato l’accordo quadro sino-americano riguardante la questione dello stretto di Formosa. In tale ambito, infatti, gli Stati Uniti si erano impegnati a riconoscere il diritto della Cina di giungere ad una riunificazione pacifica con l’isola di Taiwan: l’invio di nuove forniture militari avrà inevitabilmente l’effetto opposto, comportando l’acuirsi delle ostilità fra mondo occidentale ed estremo orientale.

Il problema è solo la punta dell’iceberg che cela un’ineludibile dualismo fra le due potenze. Un antagonismo di fondo che, lungi dall’essere appianato con belle parole e vaghe promesse di riconciliazione, può essere particolarmente pericoloso per gli interessi americani. Se la potenza statunitense infatti ha raggiunto l’apice della sua grandezza e si appresta ora a vivere una fase di maturazione e graduale declino, l’ex impero celeste, nuovo motore dell’economia mondiale, sta conoscendo uno sviluppo e una crescita travolgente, tale da  minacciare quella posizione di primato internazionale che Washington pensava di conservare gelosamente per sempre. Con i suoi 800 miliardi di dollari investiti in buoni del tesoro americano, a gran voce Pechino fa valere le sue rivendicazioni e le sue esigenze. E la Casa Bianca ha 800 miliardi di buone ragioni per non deteriorare ulteriormente i rapporti con il dragone.

Blackhawk UH-60

In più, il governo di Washington deve affrontare il difficile problema della proliferazione degli armamenti nucleari. Grazie al supporto tecnologico e finanziario cinese, Teheran e Pyongyang hanno conseguito ottimi progressi nei processi di arricchimento dell’uranio e nella realizzazioni di armi nucleari. Minacciata l’egemonia americana dal punto di vista economico, politico e militare, l’amministrazione Obama, seguendo un istinto di realpolitik, ha cercato di rafforzare le proprie postazioni in Asia. Il portavoce del dipartimento di stato americano, Philip Crowley, rivela che l’accordo, realizzato dalla Defense Security Cooperation Agency del Pentagono, prevede la vendita di elicotteri Blackhawk UH-60, di missili Patriot a “Capacità Avanzata” (PAC-3), missili antinave ed equipaggiamento per le comunicazioni dei cacciabombardieri. Inoltre, aggiunge Crowley che questo supporto militare è esplicazione concreta dell’aiuto che il governo di Washington offre a Taiwan per garantire la difesa delle frontiere nazionali. Dichiarazioni che mostrano evidentemente come gli alti vertici militari non hanno mai creduto possibile una collaborazione pacifica fra Stati Uniti e Cina in estremo oriente.

Poco tempo dopo i laceranti contrasti sino-americani per la vicenda google, la questione taiwanese getta altra benzina sul fuoco, in un climax ascendente di ostilità che rende sempre più ostico il dialogo fra le due potenze. In particolare, il rafforzamento militare cinese e nordcoreano, che si traduce in una escalation di sgomento per l’intensa proliferazione degli armamenti atomici, e le continue iniezioni americane di avanzate tecnologie belliche a favore di Taipei mostrano eloquentemente come quell’accordo di programma, che auspicava la realizzazione di una costante partnership per affrontare sfide comuni, è destinato, almeno per il momento, a rimanere purtroppo sulla carta.

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