‘La poesia è lo spazio di un incontro’: intervista a Cristina Tirinzoni

Giornalista, scrittrice e pittrice, Cristina Tirinzoni incontrerà i lettori lunedì 21 marzo a Torino all’Atelier Animaglia (via Martiri della Libertà 25, ore 18.30) insieme allo scrittore Fabrizio Legger e all’editore Silvia Ramusso.

Le abbiamo chiesto di svelarci la genesi e le suggestioni da cui ha preso vita “Sia pure il tempo di un istante” (Neos Edizioni), raccolta di poesie e acquarelli.

- Cristina, quando e come nasce il tuo libro?

Ci sono cose che accadono prima che tu le programmi, solo più tardi scopri che dovevano accadere. Non ho mai “pensato” di pubblicare un libro di poesie. Ho pubblicato con molto pudore, è sempre imbarazzante  esporsi: sono emozionata, felice e curiosa. Quando si scrive vi è sempre qualcuno con cui si dialoga, anche nel colloquio con se stessi vi è sempre un interlocutore, l’altro di se stessi. Ogni scrittura vive nell’incontro con il lettore. È bellissimo scoprire nuovi lati e nuove interpretazioni delle tue poesie in chi le legge. Diffondendo ciò che hai scritto, crei dei contatti. Echi di intimità. La poesia è davvero lo spazio di un incontro.

- Qual è il tuo rapporto con la scrittura? Cos’è per te la poesia?

Scrivo  in quanto guardo, vedo, sento la vita. Scrivo perché amo il silenzio. La poesia nasce proprio dal silenzio, Scrivo (e leggo molto) perché credo nel potere della parola. La parola poetica illumina, condensa  abbrevia,  dà alle parole profondità e un’energia quasi esplosiva. La poesia è il tentativo di dire qualcosa che in  realtà non si può dire. Mallarmé sosteneva che non è con le idee che si scrivono poesie  ma con le parole. Anche io la penso così. La poesia è dare forma a una sorta di “resistenza”, alla perdita di senso, al cedere alla tentazione del nulla. La poesia è voce che mi chiama da un posto che non so e riconosco e che è mio.

- Quali sono i tuoi poeti preferiti?

L’elenco è complicato. Ci sarebbero molti nomi da fare, una costellazione di poeti, con distanze e vicinanze e in continua trasformazione. Alcuni degli autori che a venti o trent’anni leggevo avidamente oggi mi appaiono diversi. Non si finisce mai di leggere e di scoprire autori. Oggi direi: Mark Strand, Yves Bonnefoy, e Philippe Jaccottet. Ho amato e amo moltissimo Charles Baudelaire, Paul Celan, Pedro Salinas, illuminanti, pieni di stimoli, sono punti di riferimento fondamentali, stelle fisse:  quando li leggo mi sento a casa. Trovo che l’attuale panorama poetico sia molto ricco e vivace, e la rete offre sicuramente una visibilità immediata. E poi hanno influenzato la mia scrittura i pittori. Gli affreschi  di Piero Della Francesca, con il loro senso di una silenziosa immobilità, figure ieratiche contro cieli di lapislazzuli. I quadri di Edward Hopper, fatti di pali del telefono, di letti in stanze vuote e di mare. Hopper dà sostanza all’attesa, attesa sempre disattesa. E ancora gli straordinari acquerelli di Paul Signac, e Marc Chagall, con il suo mondo poetico ed onirico.

- Il tempo è un’entità molto presente nelle tue poesie, fin dal titolo.

Vi sono istanti che diventano intensità. Istanti portati alla  grandezza dell’universo.  Come condensazione dell’intero vissuto. Istanti come epifania della verità più vera delle cose del mondo, del senso del nostro esistere, in cui la vita si manifesta nel suo farsi  confuso casuale contradditorio, a volte terribile, doloroso. Ma l’istante si anche muove nelle fratture, fra i frammenti, afferma le cose nel loro svanire.
E’ vero, come hanno scritto alcuni critici, nei mie versi c’è la nostalgia: la nostalgia per me non è volere tornare indietro, la  nostalgia ci dice che tutto quello che abbiamo vissuto amato non  tornerà più, che il tempo è più forte di noi, non ci appartiene.

- La raccolta comprende anche tuoi acquarelli. Che rapporto hai con la pittura?

Mi piace coniugare parole e immagini in un flusso visivo continuo, dare alla parola, alla stessa immagine suggerita della poesia una materialità visiva, passare da una lirica pura, ad un sentimento sensoriale. Passare, ovvero giungere o raggiungere, una zona poetica d’equilibrio che accresce il significato sperimentale dell’opera. La parola non appartiene all’invisibilità delle idee ma alla sensibilità della materia. Nell’acquerello ritrovo la liquidità densa delle parole, la materia delle parole. L’acqua è fluida, in costante movimento, simbolo della vita. L’acqua ci culla, ci addormenta, l’acqua ci restituisce la madre.

Giulia Masperi

Foto| via www.neosedizioni.it

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