Russia, la pericolosa partita a scacchi di Vladimir Putin

Russia

25.12.1991, l’ultimo ammainabandiera sovietico del Cremlino

Mosca - Non è mai finita la guerra per i russi. Da quel 22 giugno 1941 ad oggi, il popolo russo ha combattuto centinaia di battaglie nel corso di questi settant’anni. Dall’operazione “Barbarossa” alla conquista di Berlino, dall’aiuto militare alla Corea del Nord e al Vietnam alla “Crisi dei missili di Cuba”, dall’Afghanistan passando per Cecenia e Georgia.

Per cinquant’anni la gioventù sovietica e, prima di essa, i loro padri, hanno giocato una partita a scacchi contro l’Occidente, una guerra di logoramento. Una guerra che ha sancito il ruolo di superpotenza mondiale del Cremlino all’apice degli anni ottanta fino a quando, inaspettatamente, la stessa Storia ne sancì la dissoluzione.

Nell’immaginario collettivo rimangono le immagini, meno le date e ancor meno i trattati internazionali. La dissoluzione dell’Impero sovietico è racchiusa nell’immagine dell’ammainabandiera del simbolo della Nazione che, dal 1917, sventolava sulle rosse mura del Cremlino. Quel giorno, il 25 dicembre 1991, non si ammainò una semplice bandiera ma qualcosa di più: l’identità patriottica di una Nazione combattente. Come una fusione a freddo, anche l’inno nazionale – riconosciuto tra i più belli del mondo per maestosità – venne sostituito con una nuova sinfonia del tutto anonima che, ancora di più, contribuì a disseminare lo smarrimento e la crisi d’identità di un popolo.

Non a caso, quel 25 dicembre 1991, iniziava il mandato del primo presidente della Federazione russa Boris Elstin. Era finita l’epoca del nazionalismo sovietico. La Russia aveva bisogno di un’apertura verso quel sistema capitalistico che per decenni, dalle profondità degli abissi alle desolazioni dello spazio, aveva ideologicamente e militarmente combattuto. In poco tempo il neocapitalismo russo cannibalizzò uno dei mercati più grandi, floridi e vergini sulla Terra, soprattutto nelle materie prime e delle risorse energetiche.

Gli oligarchi e lo stesso Elstin parteciparono alla conquista economica dell’East” la quale portò, nell’arco di dieci anni, alla creazione di mercati monopolistici nelle mani degli amici del presidente. Si era creato un “sistema Elstin” che avrebbe dovuto sopravvivere allo stesso presidente. Ma, dieci anni dopo, al malato presidente famoso per le sue uscite poco astemie, succedette Vladimir Putin. Differentemente dal predecessore,  non era un politico di professione il nuovo occupante del Cremlino, ma un colonnello del Kgb, ossia uno di quegli uomini addestrati alla conservazione del potere. Un uomo cresciuto, allevato e formato da quel sistema ammainato con la sua bandiera dieci anni prima  e di cui  comprese come le radici nazionalistiche potessero fare presa sulle masse.

Vladimir Putin rispolverò  a suo favore il patriottismo sovietico accantonato nel lucernario dal suo predecessore. Iniziò un nuova strategia di comunicazione di forte impatto sulle masse russe, incentrata sulla propria personalità. A petto nudo sopra un cavallo a caccia di tigri, con il colbacco della Marina Militare russa sul ponte dell’Incrociatore “Pietro il Grande” mentre osserva le operazioni navali della flotta, all’interno di un cacciabombardiere a conclusione di un volo. Insomma, la rappresentazione di un presidente che è tornato ad amare il proprio Paese come non accadeva da anni.

Putin fece leva tra i suoi connazionali con il tentativo di riportare la Russia al centro della politica mondiale. Reintrodusse il vecchio inno sovietico, riadattando le parole del testo per la grande madre Russia, al fine di permettere al suo popolo di ritrovare l’identità smarrita. Putin occupa con la sua personalità anche il momento più importante per l’orgoglio nazionale, la parata militare del nove maggio per la commemorazione della grande guerra patriottica sul nazifascismo alla Piazza Rossa. Per il presidente rappresenta l’opportunità ideale per catalizzare il consenso dei nazionalisti e di tutti coloro che oggi, dopo anni di frustrazione nel limbo, cercano di ripercorrere i gloriosi giorni dello sputnik di Yuri Gagarin.

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Vladimir Putin

Da questo piedistallo, forte del consenso popolare come fanno solo i grandi professionisti, Vladimir Putin ha iniziato a giocare contemporaneamente più partite a scacchi su diversi fronti. La partita sul fronte interno è caratterizzata dal massiccio uso della forza contro i dissidenti politici e verso la società civile che rivendica allo Zar il rispetto dei basilari principi democratici.

La giornalista Anna Politkovskaja, l’ex colonnello del Kgb Aleksandr Litvinenko, i continui arresti dell’oppositore più volte campione mondiale di scacchi Gary Kasparov e dell’ex oligarca dissidente Michail Chodorkovskij, leader di quella che fu una delle più grandi multinazionali energetiche russe: sono tutti nomi eccellenti, insieme a tanti altri meno noti, dei caduti sul fronte della battaglia dei diritti civili. Una politica, quella del Cremlino, ancora ancorata al vecchio sistema sovietico che difficilmente invertirà la rotta.

In Russia l’orologio della democratica si è fermato al 1989, alla Perestrojka e alla Glastnost di Gorbaciov. Dopo di questo, il vuoto, anzi il peggio. É notizia di questa settimana che la statua di Feliks Ėdmundovič Dzeržinskij, fondatore della Ceka, prima polizia segreta sovietica antesignana del Kgb, abbattuta nei primi anni novanta dalla folla con la dissoluzione dell’Urss, ritornerà al suo posto davanti al palazzo della Lubyanka di Mosca. Ossia dinanzi alla sede dei servizi segreti russi. Effettivamente, i conti non tornano alla democrazia.

Il mandato dal 2008 al 2012 del suo braccio destro Medvedev alla presidenza della Federazione russa, fu un espediente dello stesso Vladimir Putin per aggirare la norma costituzionale che, ancora oggi, vieta al presidente uscente la rielezione successiva al primo mandato. E infatti, la partita giocata nella politica internazionale, sotto i mandati di Putin, Dmitrij Medvedev e oggi ancora Putin, è caratterizzata dalla dimostrazione di forza e dalla ferma volontà di riconquistare il ruolo di superpotenza. L’inizio della riconquista è iniziara alla fine degli anni novanta con l’intervento militare dei russi in Kosovo e, nell’ultimo decennio, con l’invasione della Cecenia e l’attacco militare alla Georgia del 2008.

All’interno della Comunità Internazionale, il Cremlino si aggrappa all’esercizio del diritto di veto all’interno del Consiglio di Sicurezza ogniqualvolta si propone l’adozione di una decisione potenzialmente cagionevole degli interessi nazionali della madre Russia. In sostanza, siamo assistendo alla “restaurazione” di una superpotenza, al tentativo della Russia di oggi di riprendersi il posto sul piatto della bilancia mondiale per contrapporsi nuovamente agli Stati Uniti d’America nella determinazione degli equilibri globali.

Ed è in questo contesto che si inseriscono le intensificazioni delle esercitazioni militari delle forze armate russe in questi ultimi mesi. Il cui fine dissuasivo è volto a dimostrare alla Nato e all’Occidente che cosa siano ancora in grado di fare le forze armate di Mosca. Devono risvegliare il pensiero che per quarant’anni tolse il sonno ai generali della Nato: la possibile invasione dell’Europa da parte delle divisioni corazzate sovietiche. Chiaramente, oggi, diversamente da venticinque anni fa, ciò appare ancora del tutto improbabile ma non più impossibile come effettivamente lo era negli anni novanta.

Nondimeno, negli ultimi mesi si è aperta per Vladimir Putin una nuova partita da giocare. Infatti, la crisi siriana sembra aver fatto conseguire alla Russia una importante vittoria politico-diplomatica nei confronti dell’Occidente e soprattutto ad appannaggio degli Stati Uniti d’America.

L’aver scongiurato l’intervento armato dell’Occidente in Siria per l’effetto del passaggio della proposta russa di distruzione dell’arsenale chimico di Assad, ha permesso a Putin il conseguimento di un duplice obiettivo. Preservare gli interessi russi nella regione ed evitare l’egemonia dell’Occidente con il possibile intervento armato nei confronti del regime di Damasco.

Russia

09.05.2013, le forze armate russe sfilano sulla Piazza Rossa per la Festa della Vittoria.

Ma questo potrebbe costare caro alla Russia. Fonti di intelligence sostengono che, lo scorso agosto, nel pieno dell’escalation militare siriana, il capo dei servizi segreti di Ryad, il principe Bandar Bin Sultan, avrebbe garantito al capo del Cremlino la sottoscrizione di contratti di fornitura di armamenti  per venti miliardi di dollari con l’Arabia Saudita.

Oltre alla garanzia che nei prossimi giochi olimpici invernali di Sochi 2014 in Crimea non si sarebbero verificati attentati di stampo islamico da parte dei guerriglieri ceceni. Questo a fronte dell’appoggio russo all’intervento armato Occidentale in Siria.

Ebbene, a distanza di cinque anni dall’ultimo attentato di matrice cecena e a due mesi circa dal possibile rifiuto all’appoggio dell’intervento armato in Siria al plenipotenziario saudita ecco l’attentato. Nella città di Volvograd è saltato in aria un autobus di linea a seguito dell’esplosione di un’autobomba che ha causato la morte di sei passeggeri oltre al ferimento di altre trentadue persone.

In queste ultime ore gli inquirenti hanno confermato la pista del terrorismo ceceno come quella più attendibile. Bisognerà capire se ciò sia il frutto del caso oppure siano le conseguenze che Putin e la Russia dovranno pagare per aver detto “niet” agli interessi geopolitici Occidentali in Siria. Per il momento i servizi di sicurezza militari ed interni, Svr e Fsb, sono già al lavoro per evitare nuovi attentati in territorio russo. Ora più che mai bisognerà capire quale pedina intenderà muovere Putin sullo scacchiere politico mondiale perché, al momento, sembrerebbe essere  sotto scacco.

Marco D’Agostino

Foto: Associated Press, Reuters, lindipendenza.com

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