La notte del ‘Boss’. Gioia e riflessione con ‘The Promise’

Copertina 'The Promise'

Roma – Commuove, diverte ma, soprattutto, lascia ampi spazi a forme di riflessione autoanalizzante il bellissimo documentario The Promise: the making of Darkness on the edge of town, proiettato ieri sera, alle ore 21:00, nell’ambito del Festival Internazionale del Film di Roma, in Sala Sinopoli (trapiantato dalla Sala Petrassi per motivi di ordine pubblico). Al termine della proiezione, ha provocato una vera e propria standing ovation l’ingresso sul palco dell’attesissimo diretto interessato Bruce Springsteen. Il ‘boss’ si è, infatti, intrattenuto, con il pubblico in compagnia anche del regista Thom Zimny e del critico musicale Gino Castaldo per rispondere sia a domande intimiste che a curiosità circa la scrittura e la registrazione dell’album più sentito ma, al contempo, più difficile (seppur di successo) dell’artista statunitense.

Da The promise (film incluso nell’enorme box omonimo in uscita nei negozi, comprendente ben 3 cd e 3 dvd in cui sono raccolti ben 21 brani inediti, provenienti proprio dalle session del disco citato dal titolo, e interminabili reperti visivi) si evince, in maniera chiarissima e quanto mai condivisibile, l’apoteosi di creatività che ha colpito il rocker nei tre anni successivi (dal 1976 al 1978) alle fortune accumulate dal precedente e significativo disco Born to run. Il tutto va di pari passo, però, con la crescita dell’uomo Bruce, prima che dell’artista Springsteen, ragazzo, all’epoca, sulla soglia dei trent’anni e in bilico tra desiderio di definitiva affermazione e necessità di espressione di “cose che non puoi tenere dentro”. Cause legali, dilemmi personali, consapevolezza di questo desiderio di crescita intriso di necessità di ritorno sui propri passi con spirito estremamente umile ed umano, portarono il ‘boss’ alla scrittura di più di 60 canzoni: solo alcune di queste finirono ufficialmente nel disco mentre altre furono cedute a stimati colleghi (è il caso incomprensibile della splendida Because the night per Patti Smith), tenute nel cassetto (la triste omonima The promise, spesso proposta, di recente, in sede live) o rielaborate per il successivo capolavoro The river.

Il documentario dell’archivista Zimny è quanto di più commovente si sia visto in giro nell’era delle possibilità da backstage offerte dalle potenzialità del Dvd. È molto più di un documentario: è un vero e proprio film narrativo che ha come protagonista un uomo dalla sensibilità estrema e come storia le vicende di un travaglio interiore dilaniato da vortici di autodefinizione per poi riuscire ad approdare, non senza consistenti difficoltà, alle rive di un nuovo inizio, di una via più o meno definitiva da intraprendere per andare all’eterna ricerca di una plausibile identità personale: “sono un americano, sono un figlio ma sono anche un padre” confessa Springsteen. “In che modo si può onorare tutto questo?”.

Bruce Springsteen sul red carpet

L’intenso lavoro di produzione, non a caso, a detta proprio di Zimny, è steso nell’arco di ben dieci lunghissimi anni, sessioni di una scansione temporale che ha dato la possibilità, al regista, di rispolverare, selezionare, ordinare e rielaborare materiali preziosissimi come l’enorme quaderno di appunti che il boss utilizzò nell’interminabile scelta, verso per verso, dei testi delle storie da cantare (elemento incluso, in fedelissima riproduzione, nel cofanetto sopra citato), non senza aggiungere fondamentali esperienze dirette (tra cui anche quella del compianto Danny Federici, storico compagno di viaggio di Springsteen, assieme a “Little Steven”, ancora vivo nel periodo di accumulazione audiovisiva) provenienti dai maggiori interessati, ovvero, soprattutto, la fatidica E Street Band, il gruppo di musicisti che, da sempre, accompagna il boss sia in studio che sul palcoscenico. È proprio questo alternarsi di passato e presente che, seppur con un accenno di senno di poi, lascia percepire, sotto la pelle di ogni immagine, di ogni nota e di ogni parola, le verità e le riflessioni più profonde di uomini puri legati da un unico senso di appartenenza ad una vita che ha concesso loro il lusso di poter esprimere se stessi.

Stefano Gallone

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