La Natura secondo De Chirico

Ultimi giorni per visitare la mostra curata da Achille Bonito Oliva

di Laura Dabbene

Autoritratto con la rosa – 1923

ROMA – Giorgio De Chirico, nato nel 1888 nella città greca di Volos, è riconosciuto come il padre della pittura metafisica, creatore di spazi architettonici che sono luoghi della mente e in cui il potere evocativo è affidato sia agli elementi presenti (edifici, strutture, personaggi, statue), ma anche e soprattutto a ciò che non c’è. Lo spazio di De Chirico è lo spazio dell’assenza.

Eppure nella sua intera produzione artistica, dagli esordi verso il 1909 agli ultimi anni prima della morte nel 1978, mai altra componente è stata più forte, presente ed indagata se non la Natura. Al rapporto ininterrotto tra l’arte di De Chirico e la Natura, al tema dello sguardo del pittore sul mondo delle cose, è dedicata la mostra in corso al Palazzo delle Esposizioni di Roma, inaugurata il 9 aprile scorso e giunta alla sua ultima settimana di apertura.

Nella cornice scarna ed essenziale di un allestimento bianco e luminoso, con un apporto davvero troppo ridotto di pannelli didattici, l’esposizione segue il criterio organizzativo ora dominante nel settore, quello cioè di una serie di sezioni tematiche in cui il filo guida della progressione cronologica passa del tutto in secondo piano. In questo caso addirittura scompare, e non vi è alcun tentativo, né volontà, di disegnare all’interno di ogni nucleo tematico un sistema di coordinate temporali per inquadrare le singole opere, collocate alla rinfusa, in un contesto determinato all’interno della vicenda della pittura di De Chirico. Che il “fattore Storia” non abbia alcun peso è evidente: manca qualsiasi informazione biografica completa sull’artista, sul dove e quando si sia formato o abbia lavorato, in contatto con quali figure ed ambienti intellettuali. Si ignora se il sistema di audioguide offra ai visitatori un valido supporto in tale direzione, ma ciò non muterebbe il giudizio su questa, almeno per chi scrive, grave carenza: un contesto storico, anche essenziale, in cui collocare l’autore e le opere non può essere vincolato al pagamento di un extra, oltre al biglietto d’ingresso.

Tornando al percorso della mostra, le sette sezioni tematiche affrontano le diverse sfaccettature dell’approccio del pittore verso il mondo naturale, che si pone sotto il suo occhio indagatore nei termini di un enigma, profondo e antico, cui offrire, se non una soluzione, almeno una chiave interpretativa. Agli estremi del percorso vi sono la Natura trasfigurata in chiave mitica (sezione 1: Natura nel mito), in cui la forza civilizzatrice della cultura classica (ma anche cristiana) è in grado di portare armonia e pace ove regnano caos e disordine, e una Natura viva e aperta (sezioni 6 e 7), dove gli elementi della rappresentazione diventano quelli basilari del Cosmo (aria, acqua, fuoco e aria) e le nature morte, o vite silenti come De Chirico preferiva definirle, si assoggettano a quel potere vivificante dell’arte che “risveglia” la vita interna degli oggetti.

Il ritorno di Ulisse – 1968

Tra questi antipodi si snoda la ricerca del pittore, nel gioco di compenetrazione tra spazi interni ed esterni in Natura da camera (sezione 3), con gli oggetti e la mobilia che diventano apparizioni quasi sacrali al centro di paesaggi desolati (la serie dei Mobili in una valle) oppure con gli alberi e l’acqua che invadono le stanze della casa (Ma chambre dans le midi, 1927-1928; Il ritorno di Ulisse, 1968).

Ma l’indagine sulla Natura non può prescindere dal suo opposto, dalla negazione stessa della realtà fisica e naturale degli oggetti e delle persone, per cui si passa attraverso il tema dell’Anti-Natura (sezione 4) e della liberazione dall’antropomorfismo che genera i noti automi dechirichiani: le Muse, gli archeologi, il filosofo, il grande calcolatore, il veggente, il condottiero. Manichini dall’essenza duplice, meccanica da un lato, nella riduzione del corpo umano ad un oggetto, senziente dall’altro, per il richiamo al pensiero e all’intelletto suggerito dalle loro denominazioni. Enigmatici, come queste figure pseudo-umane, diventano anche gli oggetti della vita quotidiana (sezione 5: Natura delle cose), ridotti ad assemblaggi geometrici di elementi eterogenei, dove risulta dominante la componete visionaria, il sogno, la suggestione, il ricordo. Un perfetto parallelo visivo del labirinto narrativo offerto dal De Chirico scrittore nel suo romanzo Ebdòmero (1929).

Questa purtroppo, a tratti, anche l’impressione della mostra: un affastellamento, rigorossismo ma pur sempre tale, di opere che sembrano a volte comparse lì per caso, come le poltrone e gli armadi al centro di una valle assolata.

FOTO/ via www.worldgallery.co.uk; alexandrepomar.typepad.com; www.italica.rai.it

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