La moschea e il reverendo: l’America dei fuori luogo

Il rogo del Corano ha incendiato gli Stati Uniti perché dal giorno dell’attentato alle Torri Gemelle la tensione è ancora alta

di Chantal Cresta

USANEW YORK – Alla fine si è fermato. Terry Jones, il pastore evangelico residente a Gainesville (Florida) che aveva minacciato di bruciare parecchie copie del Corano per ricordare il nono anniversario dell’attacco alle Twin Towers ha rinunciato al proposito. I libri sacri islamici sono stati risparmiati e lo saranno anche in futuro, secondo quanto lo stesso reverendo ha annunciato alla Nbc durante un’intervista, lo scorso 10 settembre a poche ore dal previsto rogo.

Dunque, tutto sembra essersi concluso in un nulla di fatto. Ottima cosa. Ma quanto è accaduto – per essere capito – deve essere innanzitutto contestualizzato. Lo scorso maggio, il Comune di New York acconsente alla costruzione di una Moschea a 2 passi da Ground Zero, scenario dell’attacco dell’11 settembre 2001. Dunque, laddove un tempo sorgevano i grandi magazzini della Burlington Coat Factory, uno dei punti nevralgici della vita nella Grande Mela, diventerà probabilmente uno dei punti focali della vita religiosa musulmana, con tanto di piscina, teatro e centro sportivo. Totale costo dell’operazione: 100 milioni di dollari che la comunità islamica guidata dall’Imam Feisal Abdul Rauf è disposta a pagare sull’unghia e a cui l’amministrazione newyorkese non ha saputo dire di no. Risultato: il centro di culto e di svago sorgerà (salvo ripensamenti) là, dove a causa dell’integralismo islamico, morirono 3000 americani, caddero migliaia di feriti, in centinaia riscontrarono il cancro a seguito delle esalazioni tossiche e furono decine i palazzi rasi al suolo. Naturale che scoppiassero le polemiche. In agosto, un sondaggio della Cnn indicava come il 68% degli statunitensi non volesse la Moschea a Ground Zero e le successive dichiarazioni di Obama a proposito del “diritto di ogni cittadino americano di professare la propria fede” non hanno fatto altro che esacerbare ulteriormente gli animi. Da qui la risposta del reverendo Jones e del suo Koran Burning Day.

Si possono pensare molte cose di tutta questa vicenda. C’è chi sostiene che il reverendo sia un povero pazzo. Chi, al contrario, accusa Jones di essere un lucido profittatore interessato al torna-conto personale, cosa perlaltro vera, se si considera che da parecchio tempo, la sua fede oltranzista lo ha portato sulla via del business: tazze, t-shirt nonché un libro di recente pubblicazione. Il tutto guarnito dallo slogan “Devil is of the Islam” e i gadget pare stiano andando a ruba su Internet. Non c’è dubbio che la stampa americana abbia avuto la sua parte di responsabilità dando risalto a un esibizionista che spara una dichiarazione, salvo poi smentirla qualche ora dopo, per poi correre nel frattempo a vedere il numero di fan sul proprio profilo Facebook. Sono tutte interpretazioni lecite ma non bastano a spiegare come uno sconosciuto sia riuscito a tenere con il fiato sospeso la Casa Bianca per una settimana facendo scomodare lo stesso presidente Barack Obama che ora, a conti fatti, si sta chiendendo come evitare che altri Jones, attraverso una stampa compiacente, si facciano pubblicità sulla pelle della nazione.

Il presidente Barack Obama
Il presidente USA, Barack Obama

La risposta potrebbe essere nelle parti chiamate in causa in questa storia. Da un lato, non l’Islam, ma i musulmani o una buona fetta di essi che sentono il dovere di rispondere alle provocazioni con atti eccessivi, se non violenti. Prova ne sono le manifestazioni di protesta in Malaysia, Pakistan, Indonesia, Iran, India, Israele. In Afghanistan si sono date alle fiamme bandiere statunitensi all’urlo di “Morte agli USA” e a Copenhagen un kamikaze ha tentato di farsi esplodere. Fortunato sarà il giorno in cui questa gente imparerà a rispondere agli insulti facili e gratuiti con una pernacchia e facendo spallucce, uniche sensate repliche che le idiozie del reverendo avrebbero meritato.

Dall’altro lato, non l’America, ma gli americani o una fascia piuttosto nutrita di essi che stanno riscoprendo (o non lo hanno mai perduto) il proprio spirito puritano. Jones ha scoperchiato questo vaso di Padora e quello che ne è venuto fuori è stato l’eco del livore americano. Un coro integralista che sembra abbia lanciato un avvertimento ai fedeli islamici: “State attenti, perché anche noi siamo in grado di distruggere i vostri simboli, la vostra cultura e tutto ciò in cui vi rappresentate e quando avremo cominciato, non ci fermeremo”. Meglio richiudere tutto e sigillarlo bene.

Per il momento, una cosa si può dire con certezza: il diritto di professare la propria fede, vale come il diritto di esprimere la propria opinione. Due principi sacrosanti che, però, necessitano di essere praticati con buon senso. In questo caso allora, la Moschea nel cuore di New York è inopportuna quanto le dichiarazioni del pastore evangelista. Due episodi che paiono – ognuno a proprio modo – esprimere un neppure troppo velato disprezzo se non per l’altro, quanto meno per la sua sensibilità. Di questo Obama dovrebbe preoccuparsi.

Foto | via www.andreasarubbi.it; http://upload.wikimedia.org;

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